Lotta al terrorismo : tra security e privacy

Elaborazione Immagine C.M.

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Nessuno si può sentire al sicuro dopo l’11 settembre, dopo le stragi di Beirut, di Londra, di Parigi. Dinanzi a questa paura siamo disposti a cedere ogni diritto alla riservatezza. Lo stato d’emergenza determinato dal terrorismo è la situazione critica oltre la quale si risponde con la guerra. Il consenso si dà senza chiedere altro. Lo stato si riveste della sua identità di garante della sicurezza del cittadino, che non si domanda se la militarizzazione garantirà il risultato.
L’ evidenza di una globalizzazione del denaro che scavalca gli stati e le leggi, che ha corrotto da tempo ogni struttura politica istituzionale e culturale, in nome di un mercato che vede gli stati come barriere, con la loro pretesa di garantire diritti o di assicurarsi elettori. La democrazia svuotata della partecipazione, le manifestazioni prima taciute ora auto soppresse, in nome di una unità nazionale che è, temporaneamente, abito di una democrazia che si fa sempre più formale. Il sistema che garantiva se non l’uguaglianza almeno una parità di condizioni di partenza è deflagrato in una evidente diseguaglianza sociale: abolita la classe media, svenduti i diritti degli operai e delle fasce deboli, determina inevitabilmente periferie che sono il vivaio ideale di giovani disposti a tutto. Cos’è oggi l’Europa per poter resistere, per dichiararsi unita ?
L’esposizione di drappi neri completa il significato dei gesti criminali e la inequivocabile attribuzione alla strategia planetaria del Califfato con la strage di Parigi. L’Isis torna quindi a colpire l’Europa. Il terrorismo jihadista si era già scatenato addirittura all’interno di una moschea, durante la preghiera del venerdì con centinaia di fedeli, facile bersaglio di un kamikaze. L’obiettivo del Califfato non si limita a terrorizzare l’Occidente, ma suona avvertimento e minaccia per tutte le posizioni non estremiste e non fondamentaliste dell’Islam: insomma la più grave minaccia globale dai tempi del nazi-fascismo. Come allora andrebbe definita una strategia di contrasto da parte di tutti i paesi rappresentati all’Onu, a partire dalle grandi potenze Usa, Russia e Cina comprese. Di rilievo l’insistita affermazione da parte di tutti che il terrorismo non è minaccia che riguardi questo o quel paese, ma responsabilità e sfida da assumere tutti insieme, per riaffermare valori di civiltà e di democrazia.
L’Europa inadeguata, assalita da ogni parte da populismi ed estremismi di ogni genere, destinati purtroppo a crescere è in preda all’insicurezza. Perfino la ricca e forte Germania della Merkel pare non sentirsi più sicura. Che fare dunque? Facilitare la security ai danni della privacy?
“L’intrusione sistematica e indiscriminata nelle comunicazioni dei cittadini non risolve le difficoltà del contrasto al terrorismo” sostiene Antonello Soro Presidente Autorità Garante per la protezione dei dati personali.
L’attuale sorveglianza di massa deriva da un certo modo di intendere il terrorismo, salta l’Accordo di Shenghen, la cessione dei dati dei passeggeri, la nuova disciplina per la conservazione dei dati del traffico telefonico e telematico ecc. La quantità di dati da analizzare non è efficace quanto una mirato e selettivo controllo. Si tratta di analizzare sei miliardi di conversazioni all’ora (non si riesce neanche a immaginarlo possibile) . Il terrorismo usa la rete per reclutare , promuovere il fondamentalismo, per passare dallo spionaggio informatico alla violenza delle stragi. Fa strage di sé stesso immolando giovani contro giovani. Da tempo si chiede di proteggere le banche dati più che accrescerle.
Che risultati ha dato finora il TFTP Terrorist Finance Tracking Program? A che punto siamo con lo SPID Sistema pubblico di identità digitale? L’informazione efficace è scarsa e il cittadino non può sentirsi sicuro, non sa come muoversi né come informarsi, indigente è sempre più escluso e isolato. Lo Stato troverà il denaro per aumentare le forze di intelligence, proteggerà i dati o il controllo servirà a minare il fragile equilibrio esistente fra libertà e sicurezza? La condanna del terrorismo non può dare adito al riemergere di quelle pulsioni autoritarie in agguato ogni volta che la violenza delinea la fragilità dei nostri sistemi di governo. Ricostruire coesione sociale pare oggi inarrivabile, la paura anima mostri.
Forse Papa Francesco non ha tutti i torti a volere il Giubileo, nonostante i concreti pericoli, intendendo L’Evento Cristiano come compattamento spirituale ad incentivare la pace. Nessuno si sente al sicuro, ai leoni e alle volpi si aggiungono i lupi nel deserto delle nostre città. Noi diciamo sempre e comunque prima la tutela dell’essere umano, che sia occidentale o orientale .

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