L’EUROPA OLTRE «DUBLINO»

Elaborazione Immagine di Carla Morselli
Elaborazione Immagine di Carla Morselli

L’Europa oltre «Dublino»

Come invocato da più parti, nel 2016 dovrebbe – il condizionale, in questi casi, è sempre d’obbligo – essere introdotta una radicale riforma del sistema europeo di accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati, attualmente disciplinato dal Regolamento n. 604/2013 (cd. «Dublino III»). La revisione di tale atto, nella prospettiva della definizione di uno status europeo comune di rifugiato (al pari di quanto già previsto per la cittadinanza), appare, in effetti, necessaria e indifferibile per via degli evidenti limiti applicativi denunciati in occasione dell’eccezionale incremento di domande registrato negli ultimi anni a seguito del massiccio afflusso di persone in fuga dalla guerra civile siriana.

La regola fondamentale su cui si basa il sistema di Dublino è quella che assegna obbligatoriamente al Paese di prima accoglienza del richiedente asilo l’esame della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato (non si tratta, invero, dell’unico criterio previsto dal Regolamento, ma di quello più frequentemente utilizzato), con la conseguenza che, se il richiedente abbandona detto Paese in pendenza di valutazione per raggiungere qualunque altro Stato membro dell’Unione europea, potrà essere legittimamente respinto verso lo Stato di prima accoglienza fintantoché la procedura di identificazione non sia stata ultimata.

La rigorosa applicazione di questa regola – concepita per sostenere un flusso di domande regolare, ma quantitativamente sostenibile – penalizza gli Stati geograficamente più esposti all’arrivo dei flussi di migranti, nell’ambito dei quali non è possibile distinguere tra i richiedenti asilo e i cd. «migranti economici» senza un’accurata verifica documentale. In occasione dei recenti eccezionali sbarchi di profughi, Paesi di prima accoglienza come l’Italia o la Grecia hanno denunciato gravi difficoltà nella gestione delle domande, al punto che la Commissione europea ha aperto nei loro confronti una procedura di infrazione contestando la mancata raccolta delle impronte digitali dei richiedenti asilo (il cd. «fotosegnalamento», finalizzato alla registrazione nel database Eurodac), necessaria sia per ragioni di sicurezza, sia per verificare se la medesima domanda di asilo non sia stata presentata in più Paesi. Poiché spesso sono gli stessi richiedenti asilo a sottrarsi volontariamente all’identificazione per raggiungere clandestinamente altri Paesi europei, l’Italia ha rappresentato alla Commissione l’impossibilità di effettuare il fotosegnalamento senza il consenso dell’interessato, essendo vietata dalla legge la raccolta coatta delle impronte digitali (fuori dai casi di adozione di provvedimenti restrittivi della libertà personale). Questa, tuttavia, non costituisce di per sé una giustificazione accettabile, data la prevalenza formale degli obblighi derivanti dal diritto dell’Unione europea su quelli derivanti dall’osservanza di norme di diritto interno.

Al di là di questo specifico aspetto, l’impianto complessivo del sistema di accoglienza non sembra offrire sufficienti garanzie di funzionamento in situazioni di emergenza umanitaria come quella odierna e deve essere, quindi, opportunamente modificato. Come messo in luce dal recente rapporto commissionato dal Parlamento europeo, Dublino IV dovrà individuare un nuovo punto di equilibrio tra le esigenze degli Stati membri dell’Unione (quelli di prima accoglienza e quelli di approdo definitivo dei rifugiati) e quelle degli stessi richiedenti asilo, i quali dovranno godere di maggiori tutele a livello procedurale, sia in fase di identificazione (mediante la creazione di hotspot direttamente sul territorio dei Paesi di provenienza o limitrofi), sia ai fini della scelta del Paese di destinazione. Solo una riforma organica del Regolamento potrà consentire di superare gli attuali contrasti emersi in occasione dei recenti vertici europei e di evitare che gli Stati di frontiera e quelli di destinazione si affannino alla ricerca di «scorciatoie normative» per eludere il problema dell’accoglienza, uno spettacolo piuttosto imbarazzante al quale abbiamo regolarmente assistito fino ad oggi. I trattati europei impongono che la gestione delle materie dell’asilo e dell’immigrazione debba essere realizzata «in uno spirito di solidarietà». È arrivato il momento di dare un senso concreto a tale previsione.

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