OMAGGIO A DANTE ALIGHIERI
di Carlo Tartarelli

Elaborazione Immagine di C.T.
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Dante Alighieri nasce tra il maggio e il giugno 1265 e viene battezzato con il nome di Durante figlio di Alighiero degli Alighieri in una “Firenze ricolma di ogni bene” come la definisce Brunetto Latini suo mastro, ma in un tumultuoso scenario dell’epoca caratterizzato da violente lotte di fazione e crudeli vendette tra guelfi e ghibellini. La sua famiglia appartiene alla piccola nobiltà locale e cresce frequentando ottime scuole e personalità di spicco quali Guido Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia. Da bambino conosce la sua musa Beatrice che rincontrerà negli anni, scoprendo per la donna un sentimento profondo e radicato che lo condurrà ad un periodo di prostrazione in seguito alla morte della giovane sul finire del mille e duecento. Il poeta in erba trasferisce tutte le proprie sensazioni e emozioni nella Vita Nova opera in cui sia Beatrice che l’amore per lei sono idealizzati e descritti nella forma più pura e spirituale. Il momento di sconforto e riflessione lo porta ad approfondire gli studi filosofici e ad intraprendere l’attività politica ricoprendo cariche cittadine con prestigio e impegno. Dante si dichiara guelfo di parte bianca, ovvero quella schierata con la famiglia dei Cerchi in contrapposizione ai guelfi neri sostenitori della famiglia Donati; egli sostiene l’autonomia della propria città e condanna le ingerenze nelle decisioni politiche del papa.
Quando il papa Bonifacio VIII decide di avvalersi dell’appoggio francese invia a Firenze Carlo di Valois, fratello del re di Francia, per debellare i propri detrattori, Dante viene condannato all’esilio e alla confisca del proprio patrimonio. Gli intrighi e i voltafaccia insanguineranno per anni le colline toscane e lasceranno il poeta confinato e senza cariche politiche, tanto che vagherà fino alla fine dei suoi giorni tra amici e sostenitori come Bartolomeo della Scala a Verona e i marchesi Malaspina in Lunigiana. Durante questi tormentati momenti compone il Convivio e il De Vulgari Eloquentia. Il primo, scritto in lingua volgare, esalta le leggi morali e la filosofia come gli unici pilastri del vivere civile e corretto; la seconda, elaborata in latino, detta le basi per un esatto utilizzo dell’italiano in forma volgare, considerato il nuovo mezzo comunicativo al posto del latino. Quale studioso e scrittore Dante conosce molto bene la lingua aulica, ma è tra coloro che affrontano anche la nuova lingua conosciuta altresì al di fuori degli ambienti intellettuali.
Anche l’opera denominata De Monarchia è stilata in latino e affronta il tema politico molto sentito dal poeta, egli decanta la monarchia quale unica forma di stato in grado di garantire le libertà dei cittadini e l’amministrazione della giustizia nel senso più alto, in un ideale superiore che per Dante si incarna nel Regno dei Cieli governato da un Dio giusto dove gli uomini convivono in armonia. Diversamente da quello che accade in quegli anni violenti e dove la macchina giudiziaria è utilizzata come un oscuro marchingegno per annientare i propri nemici e impossessarsi dei beni delle fazioni avversarie, lo stesso poeta è vittima degli intrighi perpetrati dai “Neri” in Firenze con l’appoggio concreto dei francesi e il segreto supporto di Roma. Le accuse contro il Dante Alighieri sono sostenute in assenza dello stesso, recatosi in Vaticano a seguito di un mandato cittadino quale priore e rappresentante delle istanze di autonomia di Firenze; i reati a carico vengono ascritti in contumacia, così come le condanne che impediranno di rientrare in patria ad uno sgomento e confuso Dante, partito per le residenze papaline con ogni sentimento di rettitudine e di correttezza delle ragioni perorate. L’assenza processuale del poeta si tradurrà in un asprirsi delle accuse a suo carico per baratteria e lucri illeciti e alla relativa condanna a morte sul rogo.
La volontà di riscatto e di denuncia dei torti subiti lo conducono ad elaborare la sua più famosa e complessa opera: la Commedia, passata alla storia come “La Divina Commedia”, suddivisa in tre cantiche Inferno, Purgatorio e Paradiso, ognuna delle quali è composta da trentatre Canti. Tale capolavoro è oggi annoverato tra i maggiori componimenti a livello mondiale in lingua italiana, tradotto in tantissime lingue e studiato nelle scuole dei cinque continenti. E’ un esempio dello cosiddetto dolce stil novo: movimento letterario cui la colta Bologna dona i natali e la opulenta Firenze regala prestigio e diffusione; la visione della donna e dell’amore vengono rielaborati e proposti con rime soavi e ricercatezza di espressione, i poeti fanno uso di metafore e sillogismi e i versi risultano melodiosi e raffinati. Il bolognese Guido Guinizelli con la sua opera Al cor gentile rempaira sempre amore delinea i canoni della poesia stilnovista e idealizza la figura femminile quale “donna-angelo” che eleva l’innamorato in un piano spirituale e mistico. Con lui Lapo Gianni e Cino da Pistoia che proietta la nuova poetica nei prodromi dell’Umanesimo.
Ma è nel Canto XXIV del Purgatorio dantesco che si rinviene la definizione dolce stil novo per distinguere la novella poetica dalle opere precedenti che cantavano Amore, facendo continuo riferimento a testi religiosi e filosofici; i nuovi autori non si concentrano sulla fredda morale, ma sulla donna angelicata che conduce l’uomo al divino, attraverso la semplice contemplazione e ammirazione. Esattamente ciò che accade a Dante con la morte della giovane e indimenticata Beatrice che diverrà puro spirito guida del sommo vate, un sentimento di devozione che si distacca però dalla Scolastica medievale e dal misticismo di San Tommaso d’Aquino. La società dell’epoca sta mutando e la ricca borghesia fiorentina è quanto mai attenta alle novità e ai cambiamenti che le permettano di consolidare le proprie posizioni in campo politico oltre che finanziario.
Dante Alighieri è spettatore e interprete della sua epoca e la sua opera letteraria rispecchia a pieno i travagli interiori e il disagio per le tante ingiustizie subite, ma il sentimento profondo di libertà del grande vate lo conducono a non cedere mai ai compromessi e all’ammissione di colpe mai commesse, meglio l’esilio che tradire sé stesso. La Commedia dantesca esprime il principio secondo cui la vita umana è volta all’impegno e alla tensione morale per raggiungere la più alta libertà intellettuale, allegoricamente rappresentato dal viaggio ultraterreno intrapreso dal poeta guidato dal grande Virgilio che poi lascerà il passo ad una Beatrice completamente trasfigurata e tramutata in spirito; la donna conduce così l’amico al cospetto di Dio: Tu m’hai di servo tratto a libertade come canterà Dante nel Paradiso (XXXI 85). Non più schiavo del peccato e delle passioni terrene l’uomo e letterato assurge all’Empireo al cospetto di Colui che è pura e infinita luce e della cui vicinanza è ora degno, grazie al suo percorso umano e alla sublime Donna-Angelo che lo ha condotto e ispirato.

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