Tutti a scuola per sconfiggere le guerre

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Poco più di un anno fa, il 17 dicembre 2014, all’indomani della strage di 134 studenti nella scuola pubblica di Peshawar, in Pakistan, riflettevo su quegli eventi orribili. Su Facebook mi chiedevo, “che succede se il nuovo campo di battaglia dei conflitti nel mondo diventano le scuole? Che succede se si attacca con la violenza uno dei diritti più basilari?”.

Un anno dopo, mi ronzano in mente quelle stesse domande. Ancora una volta in Pakistan, l’obiettivo è quello di colpire studenti, professori, il sistema università, in poche parole il diritto alla conoscenza e quindi alla possibilità di scegliere il proprio futuro.

Come a Garissa, in Kenya: il 2 aprile scorso un commando di miliziani al-Shabaab fece irruzione uccidendo quasi 150 persone, le aule universitarie diventate campo di battaglia; 11 ragazzi sopravvissuti a quella strage sono arrivati in Italia proprio qualche giorno fa, accolti dal Ministro degli esteri Gentiloni.

Per loro si prospetta un “nuovo inizio”, a Perugia. Ma molti, dal Kenya alla Nigeria, dal Pakistan all’Afghanistan sui quei banchi di scuole e in quelle aule universitarie non torneranno più. Come scrive Michele Farina sul Corriere della Sera, è difficile fare i conti con quei luoghi diventati “invivibili luoghi della memoria”.

L’accesso all’istruzione è fondamentale per combattere povertà e esclusione sociale. Oltre che un diritto fondamentale. Da oltre 40 anni, ActionAid è impegnata su questo fronte, e non solo nel mondo, anche in Italia dove con diverse iniziative; per esempio portando gli studenti dell’Aquila sotto Montecitorio, per ottenere delle “vere” scuole per i bambini aquilani.

L’ateneo attaccato questa settimana è intitolato a Bacha Khan, carismatico capo dei pashtun, conosciuto come il “Ghandi musulmano”. Non un obiettivo casuale, colpito in una giornata speciale. Il 20 gennaio, ricorreva l’anniversario della morte di Khan che, già al tempo della dominazione inglese, subì due attentati e finì in prigione per più di 25 anni. La sua colpa quella di esercitare un’opposizione pacifica contro il colonialismo britannico. Sosteneva anche la necessità dell’emancipazione femminile e della separazione tra Stato e religione. Per lui l’istruzione era importante, tanto che diede vita ad una scuola, ad Utmanzai, dove i bambini potessero essere educati gratuitamente.

Colpire Charsadda, dunque, così come la scuola a Peshawar, l’università a Garissa o rapire le ragazze nigeriane di Chibock significa colpire la possibilità stessa di cambiamento di un intero paese. Significa intimorire, censurare. Tarpare le ali. La difficoltà dell’accesso all’istruzione in Pakistan è rimbalzata all’attenzione dei media con Malala, nel 2012. Ma solo tra il 2009 e il 2012 in tutto il paese ci sono stati più di 8mila attacchi nelle scuole con oltre 30 studenti uccisi e più di 138 rapimenti (tra professori e scolari).

L’impatto non è solo sulla frequenza scolastica ma sulla qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento. Una tattica di intimidazione becera e violenta richiede una risposta sia sul territorio nazionale da parte dei governi che da parte della comunità internazionale. Nel caso del Pakistan, il governo (nonostante un emendamento costituzionale nel 2010 garantisce l’istruzione come diritto fondamentale) destina solo il 2,4% del PIL all’istruzione. Gli Stati e i governi hanno un chiaro obbligo a garantire il diritto all’istruzione e assicurare che questo diritto sia rispettato. E hanno anche il dovere di aprire indagini sui colpevoli che, assaltando scuole e università, creano un danno irreparabile non solo agli individui, ma all’intera società.

ActionAid continuerà a fare la propria parte. Dalla parte della scuola, degli studenti, delle famiglie e degli insegnanti.

dal sito buonenotizie.corriere.it