” I VELI ” DELL’ISLAM
di Loredana Suma

 

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” I veli ” dell’Islam

 

La vita delle donne islamiche è probabilmente l’aspetto che più sconcerta la cultura occidentale, avvolte nel mistero dei loro veli neri, ci incuriosiscono, ma spesso destano pena! se consideriamo l’essenza della religione nessuno nega alla donna la stessa parità dell’uomo, ma quando si contestualizza sul terreno sociale, tutto volge in opposta direzione. Ha un bel dire il Presidente Rouhani, per altro pesantemente contestato da Amnesty International, che uomini e donne nel suo paese ovvero la Repubblica Islamica sono trattati su base di uguaglianza. Nei paesi islamici la condizione della donna varia, a seconda dei paesi non vivono una condizione di libertà uguale, quindi è bene fare un distinguo, in alcuni stati hanno ottenuto parecchi privilegi, ma laddove viene applicata la sharìa , la legge coranica, non si può assolutamente parlare di parità. In virtù di precetti religiosi sono private dei diritti elementari, non possono decidere del loro destino, si pensi alle spose bambine dello Yemen o altri stati in cui è lecito vendere le ragazze poco più che bambine e non si parla di stupro e diritti violati. In Iran la discriminazione di genere e le violenze sessuali sono diffuse e non esiste nessuna parità quando si parla di matrimonio, divorzio, eredità, viaggi e la scelta di vestirsi. Nonostante i movimenti studenteschi che promuovevano il cambiamento, la repressione è stata efficace. Il codice penale iraniano arriva a punire con il carcere e multe le donne che a partire dai nove anni non indossano il velo. Nei processi la testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo e qualora la vittima sia una donna i risarcimenti sono la metà rispetto a quelli che otterrebbe un uomo. Ed è inaudito che la responsabilità penale sia applicata già a nove anni per le donne e quindici per i ragazzi. Non si può parlare di diritti, ma diritti negati. Fece tantissimo clamore la morte per impiccagione della giovane iraniana Reyhaneh Jabbari ; la ragazza di 26 anni, era stata condannata a morte per l’uccisione dell’uomo che voleva stuprarla. Secondo alcune fonti, il figlio della vittima tolse lo sgabello da sotto i piedi della ragazza. Così come era stata impiccata Fatemeh Salbehi, 23 anni, aveva ucciso il marito quando aveva 17 anni. Amnesty International denuncia “In alcuni casi, le autorità fissano la data dell’esecuzione per poi rinviarla all’ultimo minuto, aggiungendo altra angoscia a quella derivante dall’essere nel braccio della morte. Questo è come minimo un trattamento crudele, inumano e degradante,”oltretutto nel braccio della morte c’è un numero considerevole di minorenni secondo le stime di Amnesty international. Dal 2005 al 2015, l’Iran ha messo a morte 73 minorenni al momento del reato. Altri 160, secondo le Nazioni Unite, sono in attesa dell’esecuzione nei bracci della morte del paese. Con ogni probabilità, i dati effettivi sono molto più alti poiché in Iran le informazioni sulla pena di morte sono avvolte dal segreto. Nella ricca Arabia saudita le donne non possono neanche guidare e solo nel dicembre del 2015 hanno potuto votare, ma con grande diffidenza da parte dell’assemblea maschile, con un affluenza alle urne del 25%. Sono solo alcuni esempi molto riduttivi di una condizione che da secoli non muta, ma che vede inasprimenti gravi a causa del sempre più crescente fondamentalismo. Per non parlare dell’inumana pratica dell’infibulazione, quanto mai ancestrale eppure così ancora diffusa in paesi come la Somalia, nel 2015 il Gambia e la Nigeria hanno dichiarato questa disumana pratica illegale. Sono 35.000 le donne residenti in Italia che hanno subito questo tipo di mutilazione. E in Italia le donne sono libere veramente? la risposta è no! L’ex parlamentare Pdl Souad Sbai presidente dell’associazione ACMID (associazione donne marocchine) si è battuta e continua a battersi per affermare i diritti fondamentali delle donne musulmane. Sono Ottomila richieste di aiuto con l’82% di denunce pervenute negli ultimi due anni al numero verde dell’associazione, inaugurato con il progetto “Mai più sola”, gli operatori rispondono anche in arabo. Il progetto prevede un percorso completo di assistenza alle vittime di violenza. Quando i carabinieri intervengono portano via la donna che viene ospitata in diversi centri di accoglienza e case famiglie che operano su tutto il territorio nazionale. È lungo l’elenco delle ragazze e donne uccise perché si opponevano alla dittatura paterna. Integrazione molto relativa, comunità inserite a pieno titolo, ma non veramente integrate nella mentalità democratica occidentale, legati pervicacemente a tradizioni impositive che le nuove generazioni in particolar modo le donne scolarizzate fanno fatica ad accettare. Li chiamano delitti d’onore, il numero è sconosciuto e quanti siano esattamente i delitti in Europa non si sa. In gergo islamico si chiama “Jarimat al Sharaf”. Spesso queste esecuzioni religiose vengono catalogate sotto la voce “violenza domestica”. Nella moderna Istanbul, se ne conta uno a settimana. A Gaza una ragazza palestinese è stata sepolta viva dal padre. Accade anche in Europa, a Milano, Parigi, Berlino, Londra. A queste vanno aggiunte le ragazze che si tolgono la vita per sfuggire ai matrimoni forzati come è accaduto a Derya, 17 anni, la sentenza di morte arrivò via sms: “Hai infangato il nostro nome, ora o ti uccidi o ti ammazziamo noi”. In Europa risultano scompaiono migliaia di ragazze musulmane, spesso cittadine europee. Ne spariscono decine al mese, tutte allo stesso modo: partono per un viaggio all’estero e sui banchi di scuola o sul posto di lavoro non tornano più. Saana, 18 anni di origine marocchina, uccisa dal padre perché amava un italiano. Bouchra, una giovane marocchina di 34 anni, ha subito per anni violenze fisiche e psicologiche da parte del marito e per nove mesi ha vissuto ‘da schiava’ dentro una stanza di pochi metri quadri, insieme al figlio di due anni. Jamila, 20 anni pakistana, nata in Italia, segregata in casa e costretta a interrompere gli studi dai fratelli perché troppo bella e promessa sposa ad un cugino del suo paese d’origine. Nosheen Butt pakistana è riuscita a salvarsi, ma ha perso la mamma che l’aveva difesa, voleva vivere “all’occidentale” e si ribellava ad un matrimonio combinato. Così sono cominciate le violenze da parte degli “uomini” di casa, fino al tragico epilogo. Queste sono solo una goccia nel mare delle storie di donne musulmane che vivono Italia. Maltrattate, segregate, uccise, da padri, fratelli, mariti, in nome di una religione che a volte, gli stessi omicidi non conoscono bene. Oppure come nel caso dei marocchini non sanno che nel loro paese le leggi sono cambiate e rimangono indietro. E spesso è troppo tardi.

Immagine dal sito www.sanfrancescopatronoditalia.it