Le Idi di Marzo

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Le Idi di Marzo

Il giorno quindici del mese di marzo nell’anno 44 a.C. oltre sessanta uomini diedero vita ad una delle più famose congiure della storia umana, trai promotori vi era Gaio Cassio Longino cui si affiancò subito Marco Bruto e, solo nell’imminenza dell’attentato, Decimo Bruto; per attuare la propria aggressione i congiurati scelsero la Curia di Pompeo ove quella mattina era stato convocato il Senato e dove con un espediente condussero delle casse con le armi. Bersaglio dei loschi figuri che fin dalle prime luci di quel giorno funesto si aggiravano per Roma era Gaio Giulio Cesare, il quale appena toccò il proprio scranno senatorio venne attorniato e colpito a morte con numerosi fendenti; le pugnalate lo trafissero da più parti con rapidità e decisione: a quel punto l’uomo si coprì col proprio mantello per impedire agli astanti di vederlo mentre spirava a miglior vita. In quel momento abbandonava le lande terrene un grande stratega militare, un abile oratore e il primo dittatore cui seguì l’impero descritto dai libri di storia; nacque il dodici o il tredici luglio del 100 a.C. dalla nobile gens Julia che a quei tempi aveva perduto in prestigio e finanze, eppure vantava discendenza con Anco Marzio e addirittura con la dea Venere: stirpe regale e impronta divina. Questa condizione familiare condusse il giovane Cesare ad intraprendere numerose campagne militari per poter sostenere la propria candidatura alle cariche pubbliche cui ambiva. Iniziò ricoprendo la carica di questore, cui seguì il governatorato e un comando militare in Spagna dove divenne anche propretore e si distinse per le doti di eccellente militare e di abile amministratore; unica nota dolente era la scarsità di mezzi economici, nonostante i prestiti di Crasso che lo sollevava sempre dai debiti. Ricoprì anche la carica di pontefice massimo e riportò la famiglia Julia ai fasti di un tempo e ne allargò addirittura il prestigio e l’influenza in campo politico, tanto che taluni senatori iniziarono a temerlo; egli era così astuto da allearsi con Pompeo e Crasso per siglare un triumvirato che comandasse ma non scatenasse le ostilità delle fazioni opposte. Con l’appoggio dei due ottenne anche il consolato e avviò una serie di riforme per consolidare il proprio potere in quanto credeva fermamente che la repubblica non rispondesse più alle mutate esigenze di gestione di popoli e territori; secondo il princeps il potere andava centralizzato e aumentato il controllo sulle province per contenere ribellioni e tradimenti, il sistema di assegnazione delle terre andava riformato e il potere del senato contenuto introducendo nei ranghi più prestigiosi esponenti che lo sostenessero, inoltre rafforzò le assemblee popolari e allargò la cittadinanza romana che garantiva una serie di privilegi. Dopo l’elezione a dittatore Cesare giunse in Africa e sconfisse le truppe di Pompeo e dissolse la Repubblica, avviò un processo di radicale trasformazione delle istituzioni dell’apparato statale per creare un forte governo centrale cui attribuire gli omaggi spettanti ad un sovrano; la furiosa guerra civile che avrebbe insanguinato per lungo tempo la città eterna prese il via dalle alleanze e dalla profonda divisione creata dal “dittatore perpetuo” temuto dai nemici tanto quanto dai concittadini, primo fra tutti Catone che spese la vita a contrastarlo e a denunciarne gli intrighi. Le cronache narravano di un Cesare con problemi di udito, ma non solo fu sordo alle invettive dei delatori, egli continuò la strada intrapresa con genio e lungimiranza, in campo di battaglia e nello scenario politico. Imponenti furono le opere pubbliche e il riordino urbano di Roma, le numerose vittorie nei quattro angoli di dominio portarono la città di Romolo agli onori più alti, eppure negli animi di senatori e aristocratici covava una forte ostilità in particolare per l’accentrarsi delle decisioni nelle mani di un uomo solo che usava coalizioni e matrimoni a proprio ed esclusivo interesse. Il passaggio del Rubicone alla guida delle proprie truppe in qualità di generale vittorioso irritò in maniera decisa i notabili romani che lo considerarono un affronto, essendo il fiume il confine ultimo per i generali che non potevano entrare a Roma guidando i propri soldati, ma dovevano rientrare soli senza paventare la conquista bellica, essendo i militari più fedeli ai propri comandanti che alle istituzioni politiche. Il gesto del valoroso militare innescò delle violente reazioni che dalle mura dei palazzi esplosero in vera e propria guerra civile, tanto che i contendenti degli opposti schieramenti si affrontarono in battaglie cruente che videro Cesare ancora vittorioso e più che mai deciso a consolidare la propria posizione, senza dimenticare il popolo e i legionari che chiedevano pane e terre. Nelle celebrazioni per i propri trionfi a seguito delle campagne di conquista il pater patriae fece allestire corse, lotte fra gladiatori, battaglie navali, competizioni atletiche e intrattenimenti di diverso genere che allietarono i romani per giorni; egli destinò altresì settantacinque denari ad ogni abitante dell’Urbe, mentre ai veterani oltre al denaro donò terreni e la possibilità di stabilirsi nelle nuove aree geografiche passate sotto il comando romano.
Le valorose imprese furono descritte dagli storici ma anche dallo stesso protagonista che aveva un stile raffinato e preciso nella descrizione degli eventi e usava sempre la terza persona per rafforzare il tono di cronaca esatta, egli studiò le abitudini dei popoli che affrontò e utilizzò a proprio favore le profonde conoscenze acquisite sugli usi e i costumi di coloro che avrebbero saggiato la grandezza e la ferocia di un condottiero inarrestabile, si profilò un sistema di gestione politica definito “cesarismo” permeato da autoritarismo e controllo serrato di ogni libertà, la spada con gli oppositori e il guanto di crine con la massa. Il testamento di Giulio Cesare prevedeva diversi lasciti in particolare ad ogni Civis Romanus e alcuni dei suoi assassini venivano nominati eredi, tanto che ai funerali furono declamati i versi di Pacuvio: “E io ne avrei salvati tanti per conservare chi perdesse me?” a futura memoria del tradimento e della serpe che covava in seno al potente uomo, fine scrittore e audace combattente.