I conti di Roma segretati dal governo

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I conti di Roma
segretati dal governo

La città non è solo travolta dall’inchiesta di Mafia Capitale ma da numeri imbarazzanti sul fronte del debito e della sua maldestra gestione negli anni

È cominciata la campagna elettorale della Capitale. Ma non si sente parlare di altro che del debito monstre del Campidoglio. Insomma hanno capito tutti che senza soldi non c’è programma, ma soprattutto non c’è una chance di poter governare e si rischia solo di uscire dall’esperienza di sindaco con le ossa rotte. Roma Capitale non è solo travolta dall’inchiesta di Mafia Capitale ma da numeri imbarazzanti sul fronte del debito e della sua maldestra gestione negli anni.
Un passo indietro e vediamo cosa è successo. Nel 2008 Berlusconi e Tremonti si accorgono che Alemanno — neoletto sindaco — non poteva governare la capitale se non gli si levavano di torno i 22,5 miliardi di debiti, composti tra l’altro da più di 3 miliardi di euro di derivati e da un’obbligazione da 1,4 miliardi di euro, stratificati da lustri di gestione di centro-sinistra. Mi immagino l’incontro in cui Silvio diceva all’allora Ministro dell’Economia: «Giulio non è mica giusto che Gianni sia responsabile dei debiti fatti dai comunisti!». Presto fatto, Giulio crea la bad company di Roma, una gestione Commissariale dove, oltre ai debiti viene conferito anche qualche credito, e alla fine il disavanzo complessivo è di 16,7 miliardi di euro, e viene inviato il fidato Massimo Varazzani.
Da quel momento, in realtà da inizio 2011, perché come tutte le cose italiane ci vuole tempo per farle, Roma non avrà più un bilancio ma due; in più Alemanno ha mano libera, perché Roma capitale è un ente territoriale vergine per il patto di stabilità. A questo punto, con una serie di provvedimenti ad hoc tutti firmati Tremonti, arriva il denaro per Varazzani e soprattutto la manleva su qualsiasi reale trasparenza e/o controllo sulla gestione dei debiti, che dovranno essere sanati entro il 2040. La modalità è la seguente: 300 milioni ogni anno li mette il Governo, e 200 milioni vengono presi dai tributi di Roma Capitale, fondamentalmente l’addizionale Irpef. Nessuno si domanda: ma se alle entrate di Roma capitale levi uno dei tributi più importanti come farà il «neonato» comune a cavarsela?
La risposta è scontata: quello è un problema per chi verrà dopo Alemanno. E infatti l’epilogo della gestione Alemanno, non raddrizzata da Marino, sono 1,2 miliardi di euro di debito, un disavanzo strutturale di 550 mln di euro che ha imposto un nuovo intervento del Governo, con un piano di rientro che pesa 110 mln di euro a carico dello Stato e 440 mln a carico di Roma Capitale oltre all’obbligo per il bilancio del Campidoglio di essere sotto autorizzazione di Palazzo Chigi.
Invece con il debito messo dentro la bad company a che punto siamo? Il decreto firmato da Tremonti dava a Varrazzani 500 milioni l’anno e 30 anni di tempo per saldarlo, ma lo autorizzava anche ad andare in banca a scontare subito le somme, cioè a farsi prestare i soldi in anticipo: 4,5 miliardi li incassa nel 2012, e più di 5 mld a partire da quest’anno. In totale quindi non ne incasserà più 15, ma una decina perché la banca si fa pagare gli interessi. Per quale motivo il commissario abbia scelto questa strada è un mistero. A cui se ne aggiunge un altro: da notizie stampa relative ai rendiconti inviati al Governo e al Parlamento, il buco della gestione commissariale è sarebbe di oltre 8 miliardi.
Ora sappiamo che il tempo ha un valore e si pagano gli interessi, ma sappiamo anche che quando si gestisce un dissesto si avviano trattative con i creditori, i quali non ricevono proprio tutti i soldi indietro. Quindi se il buco originario era di 16,7 miliardi, e la bad company ne ha incassati 10, come si fa a dire che ci sarà un buco di 8 miliardi e passa? Per saper come è stato gestito quel commissariamento bisognerebbe vedere il dettaglio del rendiconto, che il nuovo Commissario Silvia Scozzese ha inviato al Governo, solo che il Ministro Boschi ha dichiarato che è sotto segreto istruttorio.
Quello che è certo è che in questi anni sono stati chiusi 7 dei 9 derivati, oltre ai sinking fund del colosseum bond da 1,4 miliardi con scadenza 2048. Tradotto: nel 2048 qualcuno dovrà dare a Roma Capitale 1,4 miliardi di euro per rimborsare gli investitori che hanno acquistato l’obbligazione emessa nel 2003 dal comune di Roma e per certo quei soldi la Scozzese non ce li ha.
Ora si sa che i derivati sono da maneggiare con cura e con le chiusure anticipate si rischia di pagare il non dovuto così come può essere avvenuto quando sono stati stipulati. Allora invece di assistere a segreti istruttori posti dal Governo, scontri a distanza tra commissari ed ex-commissari, forse sarebbe più serio mettersi a lavorare. Anche Roma Capitale ha un commissario, si chiama Tronca, e ha preso con sé degli esperti proprio sul tema dei derivati e degli scenari probabilistici: la giudice di Milano Carla Raineri e il dirigente Consob Marcello Minenna. Non sarebbe il caso che prima delle elezioni, ed anche allo scopo di accertare le responsabilità e fare un po’ di trasparenza, che gli si dica di occuparsene?

dal sito www.corriere.it