LA FOTOGRAFIA , TRA PASSIONE E ARTE

Il Dalí Atomico, fotografia di Philippe Halsman (1948)
Il Dalí Atomico, fotografia di Philippe Halsman (1948)

La storia della fotografia è una storia da narrare al contrario, fino al 1839 quando nacque .
Parlo quindi delle immagini veicolate dai giornali, del fotogiornalismo, perché è un modo per restringere il campo rispetto a quanto si guarda velocemente.
E’ la storia della parola e dell’immagine del potere e dei condizionamenti invisibili, dell’arroganza della tecnologia e dell’illusione del velo mediatico di cui si copre il potere.
Internet ha decretato che siamo tutti fotografi, tutti giornalisti e scrittori: basta avere un telefonino per comunicare al mondo l’ingiustizia e le sue cause?
Nel frattempo è morto sia il fotografo che chi scrive, uccisi dalla mancanza di lettori.
L’applicazione di una vita per affinare questo “mestiere” è sacrificata tout court senza rispetto.
Le immagini fatte con il telefono arrivano immediatamente (e questo è il massimo della velocità di trasmissione) ma la qualità è ben altra cosa.
Il fotogiornalismo all’inizio pretendeva di essere sul posto documentando i fatti attraverso le immagini fino a ricercarne le cause, vivendo e analizzando i problemi.
Eliminati i fotogiornalisti che del resto hanno goduto solo nel dopoguerra di un decennio di possibilità in cui giornali come Cinema Nuovo, Oggi, l’Europeo, Epoca o l’Espresso, pubblicavano reportage e pagavano.
Negli anni settanta il fotogiornalismo era già morto.
I redattori pretendevano di usare le foto a loro piacimento anche falsificando le didascalie, il freelance non avevano spazio né erano pagati dignitosamente. Il giornalista lavorava con i documenti delle grandi agenzie, senza “consumare le suole”, attaccato alla telescrivente.
Il peso delle parole era considerato mentre quello delle immagini era nullo.
L’essere sul posto del reporter contava sempre meno e con difficoltà il reporter era considerato un giornalista o anche semplicemente autore. Il potere era spostato sulle relazioni politiche, la cronaca e la condizione umana erano letteratura.
Tacere o non fotografare contava più del suo contrario.

Foto di Richard Avedon
                                 Foto di Richard Avedon

Oggi le agenzie sono sempre di meno e chi scrive deve essere in grado di fotografare e filmare, lo fa per passione ma il tempo e il costo di una indagine non sono previsti.
E’ finita anche l’epoca degli inviati. Ognuno lo fa a suo rischio e pericolo. La qualità scompare velocemente come la carta stampata che costa troppo. Il reporting amatoriale improvvisato e svincolato da ogni etica funziona qualche volta lo stesso ma è lontano dalla professionalità .
Tutti possono informarsi dalle agenzie : è la vendita all’ingrosso.
Ma chi si informa e si documenta su internet confrontando le varie fonti?
La parola e l’immagine sono sempre più il prodotto di un pensiero unico che invade il mondo, mentre un diluvio di immagini e di blog cancella l’informazione. Getty image e la Corbin sono proprietarie dell’80% delle immagini di internet, immagini, che possono essere prelevate gratuitamente, anche se a bassa risoluzione. La proprietà delle immagini e l’autorialità non sono rispettate , spesso l’autore non sa nemmeno che ci siano, in questi archivi, le sue immagini, né chi le usa. E’ un monopolio senza regole, facile metafora della situazione globale su cui non si riflette abbastanza.
Le Agenzie come la Magnum hanno segnato la seconda metà del novecento, vi lavoravano fotografi che giravano il mondo fotografando guerre, conflitti , la vita e il costume dei popoli .

Il Bacio, Henry Cartier Bresson
                      Il Bacio, Henry Cartier Bresson

Henry Cartier Bresson era tra i fondatori, una deontologia del fotografo prendeva forma, ma non ci saranno più fotografi come Robert Capa, liberi di fotografare le guerre . Chi fotografa guerre è ora al seguito dell’esercito. Prima della seconda guerra le immagini servono bene la propaganda del regime, sia in Italia che in Germania. Famosi gli archivi degli Alinari di Firenze, mentre la tecnica fotografica esprime in Italia stabilimenti come la Ferrania. Il fotografo sostituisce quel disegnatore che era il giornalista dell’immagine; il Corriere e Famiglia Cristiana hanno usato a lungo le illustrazioni. Oggi la fotografia (come documento e denuncia del dramma umano) più che dai giornali è veicolata attraverso esposizioni e mostre. Il mercato dell’arte tenta di crearne un valore. Lo tsunami di 8 miliardi di immagini scattate ogni anno è in corso, l’immagine e la parola vengono ridotti da un potere più o meno tecnologico al silenzio .
Un’economia che vampirizza ogni prodotto del pensiero umano riducendolo a “cosa”ci illude attraverso una facilità di espressione che confonde la tecnica con l’approfondimento, è la luce senza che ne vediamo l’ombra, gossip e pornografia hanno il sopravvento.
La fotografia come rappresentazione individuale della realtà viene ricacciata nella parzialità della visione del suo autore. I libri universitari che parlano di storia della fotografia sono spesso un lungo elenchi di nomi di fotografi e di archivi che segnano una relazione individuale con la visione più che la relazione con la stampa e l’informazione : il contesto , il legame con l’attualità si perde.
La fotografia sembra tornare ai suoi inizi quando era legata alla pittura e al paesaggio, l’abbraccio che si era sciolto nella ricerca di una poetica intrinseca, di un’autonomia che è raggiungibile, soprattutto nel ritratto, affonda nel rumore del troppo, la misura della comunicazione fotografica.
Le possibilità della tecnologia arriveranno a farci riflettere su quale realtà pensiamo di possedere fotografando, sull’uso della memoria e sul quel che ci appare di un’immagine, fino a farci interrogare su cosa sia un’immagine, sull’anima che la sostiene sulla luce come metafora e sul valore della parola che descrive?