Londra, Sadiq Khan è il nuovo sindaco. Ma in Scozia è batosta per i Labour

WCENTER 0SQFAGMKLN                Sadiq Khan, Labour's Candidate for Mayor of London, speaks in front of Labour's four campaign adverts at Montgomery Square in Canary Wharf, London. PRESS ASSOCIATION Photo. Picture date: Wednesday May 4, 2016. See PA story POLITICS Mayor. Photo credit should read: Stefan Rousseau/PA Wire LaPresse Only italy Sadiq Khan, candidato laburista a sindaco di Londra

Londra, Sadiq Khan è il nuovo sindaco. Ma in Scozia è batosta per i Labour

Vince la Londra di oggi e di domani. Ha il volto pachistano di Sadiq Khan, 45 anni, deputato laburista figlio d’immigrati musulmani sbarcati in Gran Bretagna senza una sterlina in tasca, il nuovo sindaco della capitale britannica, metropoli sempre più variegata e multicolore. Il risultato più atteso del voto amministrativo nel Regno Unito segna una svolta storica, in termini di simboli e non solo.

In un panorama nel quale per il resto il Labour anti austerity di Jeremy Corbyn, sotto il tiro incrociato della fronda interna e dei media, mette a segno uno ‘scorè in chiaroscuro: malissimo nell’ex roccaforte scozzese; meglio del previsto in Inghilterra e Galles, tanto da completare in extremis un inatteso controsorpasso in percentuale nazionale sui conservatori del premier David Cameron. Questi ultimi possono a loro volta salutare l’avanzata in Scozia, dove si conferma (pur senza maggioranza assoluta) il dominio degli indipendentisti dell’Snp di Nicola Sturgeon, ma i Tory si piazzano secondi sopravanzando in seggi i laburisti per la prima volta.

Più a sud rialzano la testa gli euroscettici dell’Ukip, dall’Inghilterra postindustriale depressa fino al Galles, dove la formazione di Nigel Farage ‘sconfinà con un inedito bottino di 7 eletti nell’assemblea nazionale locale confermando un consenso fra il 15 e il 20% laddove non si vota col maggioritario secco: fatto tutt’altro che irrilevante – almeno sulla carta – in vista del referendum del 23 giugno sulla Brexit. Mentre qualche spiraglio di resurrezione arriva pure per i LibDem. Come sempre quando i risultati si mescolano e i contesti si sovrappongono, ciascuno cerca di guardare al bicchiere mezzo pieno di casa sua e a quello mezzo vuoto degli avversari. Cameron esulta per «lo storico successo» scozzese di Ruth Davidson, la sua plenipotenziaria a Edimburgo, e per la debacle sul fronte nord del Labour che, punge, «è ossessionato dai sacri principi della sinistra» ma «ha perso il contatto con i lavoratori». Corbyn – messo sul banco degli imputati dai detrattori ancor prima che si cominciassero a scrutinare le schede – rivendica però alla sua barca di aver tenuto botta.

Ammette il flop in Scozia, ma sottolinea le previsioni negative smentite in Inghilterra, il risultato «eccellente» in Galles (dove il Labour resta al potere pur mancando di un soffio il 50% più uno) ed evidenzia i municipi in cui l’opposizione è anzi «avanzata»: a Londra e a Liverpool, come in vari centri minori. La verità è probabilmente a metà strada. Il Labour – azzoppato negli ultimi giorni anche dal ‘caso antisemitismò – ha perso consensi rispetto alle vittoriose amministrative del 2012, mentre ne ha recuperato qualcuno sulle catastrofiche politiche del 2015. I Tory hanno fatto l’inverso. Inviso all’establishment fin dalla sua ascesa a sorpresa sulla poltrona che fu di Tony Blair poco più di otto mesi fa, Corbyn può in ogni modo far valere la conferma di pressochè tutti i Consigli comunali inglesi ereditati (appena una ventina i consiglieri perduti, meno dei Conservatori) e una quota percentuale aggregata a livello nazionale del 31% contro il 30 del partito di Cameron.

Elemento dal valore numerico relativo nel sistema britannico (con questi dati i Tory manterrebbero una prevalenza di seggi ai Comuni, pur perdendo l’attuale maggioranza assoluta), ma politicamente spendibile. Il vero valore aggiunto per l’opposizione arriva tuttavia da Londra, realtà a parte, ma jackpot d’indiscusso peso e prestigio. Poco importa che Sadiq Khan, il nuovo sindaco, già fedelissimo dell’ex leader Ed Miliband, non sia un corbyniano organico. La sua resta infatti una vittoria targata Labour, una svolta dopo 8 anni di potere del carismatico conservatore Boris Johnson. Khan, il figlio dell’autista pachistano di bus cresciuto in una casa popolare, ha battuto nettamente il conservatore Zac Goldsmith, erede di una dinastia miliardaria di banchieri e aristocratici, figlio del finanziere sir James Goldsmith e di lady Annabel Vane-Tempest-Stewart, regina dei salotti e della vita notturna londinese. A Goldsmith non è servito schierarsi al fianco del popolare Johnson nella campagna referendaria anti-Ue, nè abbandonare l’aplomb da gentlemen per cavalcare – con toni ai limiti del razzismo, secondo le voci critiche – la paura del sindaco «islamico».

Khan lo ha spazzato via, ma non è solo il primo ‘mayor’ musulmano che rompe un tabù: può essere il sindaco di tutti i nuovi venuti, gli outsider e i dimenticati di una megalopoli che – con il suo scintillio e le sue contraddizioni – si nutre del loro lavoro. Una città in cui gli anglosassoni bianchi non superano oggi il 45% e senza la cui spinta, senza i cui soldi (speculazioni incluse) la vecchia Inghilterra non sarebbe ormai se non una nazione insulare di media grandezza in declino.

dal sito www.ilmessaggero.it