Cavour: un grande Italiano

Foto di Carlo Tartarelli
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Cavour: un grande Italiano

Camillo Benso conte di Cavour nacque il dieci agosto 1810 , curioso che la che la madrina di battesimo fu Paolina Bonaparte, sorella di Napoleone.
Già da adolescente Camillo espresse le proprie opinioni divergenti da quelle del padre, ovvero il ragazzo credeva nell’industrializzazione e nella possibilità di introdurre una monarchia mitigata da governo e parlamento ove le decisioni sarebbero state prese per la solidità finanziaria e il progresso nei vari settori dell’economia; l’anziano marchese a sua volta appoggiava la monarchia assoluta e auspicava che il Piemonte rimanesse prevalentemente agricolo e legato alla pastorizia tradizionale.
Durante le scuole non sopportò la rigida educazione cattolica e la dura disciplina impartita dai professori e, nonostante, avesse un ottimo profitto fu spesso in punizione e ciò ne turbò il carattere già in tenera età. Infatti gli amici descrissero Cavour come una persona brillante, di spirito, ma spesso soggetta a sbalzi d’umore e profonda cupezza. Finiti gli studi ,approfondì i propri studi di calcolo matematico, economia e inglese. A diciotto anni fu accolto a Ginevra dai parenti e rimase colpito dall’atmosfera di effervescenza intellettuale e interesse per i territori italiani ancora suddivisi in vari regni e ducati, con possedimenti pontifici e dominazioni straniere. Il quadro geopolitico del momento vedeva l’Impero austriaco vantare il dominio della Lombardia e del Veneto e di alcune città del nord Italia, la Francia era in fermento e numerose aree del continente erano interessate da moti rivoluzionari e insurrezioni, la Russia rafforzava il proprio isolamento sotto il comando degli zar, mentre la Gran Bretagna dominava i mari e ingrandiva il proprio dominio fuori dall’Europa. Nel 1830 il Regno dei Savoia, esteso sino alla Sardegna, appariva come una monarchia assoluta legata al proprio antico lignaggio, ai privilegi di pochi e a un’economia piuttosto arretrata. Cavour compì venti anni e l’ambiente politico di allora era intriso dei proclami rivoluzionari di Giuseppe Mazzini, in contemporanea i repubblicani francesi tentarono una sollevazione popolare nella capitale Parigi; questi eventi fecero crescere nei piemontesi il timore di una nuova ondata di rivoluzionari d’oltralpe come nel 1792. Anche nella Penisola ci furono sommosse, ma gli austriaci al nord, i Borboni al sud e il Papa nelle proprie terre repressero ogni anelito di ribellione.
In conseguenza dell’incertezza generale iniziò per Camillo un periodo di alti e bassi, di passioni amorose, di viaggi e incontri con personalità dell’epoca che ne arricchirono la formazione intellettuale e umana; soggiornò soprattutto in Francia e Gran Bretagna dove frequentò i teatri e i salotti più in voga, ma non mancò di interessarsi al funzionamento degli ospedali e delle scuole e, carico di informazioni e di stimoli, decise di rientrare a Torino per gestire le proprietà paterne. Il ritorno a casa gli permise di attuare le proprie idee di modernizzazione, infatti predispose dei canali di irrigazione nei campi, installò l’attività dei bachi da seta e intensificò l’allevamento del bestiame. Cavour espresse profonda attenzione per ogni dettaglio riguardante le proprie tenute e mostrò una competenza pressoché scientifica in materia di coltivazione e nutrimento degli animali. Intraprese diversi viaggi nelle aree di dominio asburgico dove constatò che gli austriaci gestivano con profitto tali zone, puntando principalmente sul commercio e le vie di comunicazione. Successivamente le perdite finanziarie causate da proprie scelte poco accorte e da un assetto internazionale scarsamente favorevole, condussero Cavour ad una forte crisi personale, tanto acuta che si rifugiò nelle carte e nel gioco d’azzardo, come in altri momenti della propria esistenza.
Finalmente nel 1848 venne promulgata la prima costituzione dello Stato Sabaudo che prese il nome di Statuto Albertino; le nuove norme concessero taluni diritti e attenuarono il controllo sulla stampa, ciò permise a Cavour e all’amico e politico Cesare Balbo di fondare Il Risorgimento sul quale apparvero moltissimi articoli dei due giornalisti, il primo in qualità di direttore e l’altro quale collaboratore. Sempre in quell’anno si svolsero le prime elezioni politiche che videro il Conte Camillo accedere alla vita politica torinese: a palazzo Carignano, sede della Camera dei deputati, sedette negli scranni della destra e sostenne le posizioni piemontesi contro le forze radicali liguri e lombarde. Egli credeva nel nuovo assetto politico e geografico che andava delineandosi in Italia, ma temeva che i rivoluzionari volessero sovvertire lo Stato e spodestare la monarchia con violenza; la visione cavouriana era moderata e la definiva egli stesso “le juste-milieu”, ovvero il giusto mezzo quale esatta metà tra le istanze dei clericali conservatori e i mazziniani ultrademocratici.
Con il convegno di Plombières del ventuno luglio 1858 si accettò la presenza in Italia di tre Stati distinti di cui si auspicava l’unione sotto i Savoia o il Vaticano; Carlo Alberto non aveva posizioni chiare in merito e cambiava spesso opinione, a sua volta Pio IX temeva che lo Stato pontificio perdesse prestigio e possedimenti per le spinte indipendentistiche che foraggiavano la penisola da sud a nord.
L’anno successivo la guerra con Vienna divenne inevitabile, poiché Milano e Venezia rimanevano roccaforti austriache e non si poteva più rimanere indifferenti all’urlo di libertà che giungeva da quelle terre come narrato anche da pagine memorabili sulle condizioni dei prigionieri italiani nelle famigerate carceri asburgiche. Eppure con l’armistizio siglato a Villafranca venne soffocata ogni aspirazione di indipendenza e lo stesso Cavour diede le dimissioni e si esiliò nelle proprietà di famiglia a Leri. Le idee non vennero però spente e i giornali, sfidando la censura, pubblicarono proclami e taluni addirittura incitarono le folle a ribellarsi al nemico austero e arrogante che aveva sfiancato i diplomatici e persino Cavour era logorato dagli esiti del rapporto con l’Austria; le numerose istanze perorate in Europa, ma disattese nei fatti dagli altri Paesi terrorizzati da nuovi conflitti, lasciarono segni indelebili negli animi di chi intraprese la via del Risorgimento delle genti italiche. In fondo i rappresentanti piemontesi alle corti di altre nazioni apparivano spesso come una pulce agitata e scalciante da scostar con due dita e non una voce tonante delle richieste di un popolo lacerato da malattie, miserie e ingiustizie sociali. Forse questo era l’aspetto che univa maggiormente gli italiani, oltre alla lingua che non era certo quella di Luigi Filippo o di Francesco Giuseppe; tanti dialetti, diversi scenari locali, ma medesimi sentimenti e tradizioni del mondo contadino che permisero a Garibaldi e ai suoi combattenti di essere accolti come liberatori da un giogo immeritato e opprimente.
A seguito dei successi garibaldini riportati a Calatafimi e a Palermo, anche le Marche e l’Umbria vennero liberate, i plebisciti in altre zone condussero infine all’annessione al Regno di Sardegna e il diciassette marzo 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato sovrano del neonato Regno d’Italia; cui seguirono le elezioni del primo Parlamento italiano ove sedettero emiliani, lombardi, napoletani, piemontesi, romagnoli, siciliani e toscani, gli uni accanto agli altri, consapevoli di essere i pionieri di una splendida avventura chiamata Patria. Camillo Benso Conte di Cavour fu designato Primo ministro, nonché ministro degli Esteri e della Marina, cariche che purtroppo ricoprì per poco: il giorno sei giugno spirò nel proprio letto a Torino. Ai funerali accorsero in moltissimi , scomparve un visionario appassionato e colto, un uomo figlio della sua epoca, ma pronto per nuove sfide e consapevole delle spinte dal basso cui sarebbe stato un fatale errore restare inermi, un nobile amante della vita, curioso e vivace che rischiò spesso duelli e denunce, eppure ogni volta i suoi furbetti occhi chiari erano già rivolti altrove. E quale commiato migliore ad una personalità sì complessa se non le parole del deputato e avversario politico Giuseppe Ferrara: “Io considero come un onore della mia vita di essermi misurato con lui nello scontro di poche parole indelebili nella mia memoria. …..Qualunque cosa voi ora facciate, andate a Roma, penetrate a Venezia, sarà il Conte di Cavour che vi avrà condotti, preceduti, consigliati, menati e qualunque calamità emerga, egli sarà sempre morto e sempre immortale come Alessandro.”

di Angela Bonfanti