ROMA E MIGRANTI.
INTEGRAZIONE LIQUIDA?
di Marcello Marzano

Ninni Trifiro', Emigranti
                 Ninni Trifirò, Emigranti

Un sabato mattina qualunque di mezza estate.
Prendo il tram per andare al lavoro.
Il sabato, non c’è l’affollamento abituale dei passeggeri che si recano alle loro occupazioni, ma il mezzo è comunque pieno di persone sedute; pochi in piedi tra cui io.
Ho poche fermate da fare. Ed è un tempo sufficiente per osservare il “parterre” tramviario, e rendermi conto a colpo d’occhio che molti dei miei compagni di viaggio sono esotici, ovvero non autoctoni. Molti direbbero stranieri. Extracomunitari.
Non amo questi termini, perché spesso usati nel linguaggio comune con lievi accenti discriminatori e poco felici. Ne limito l’uso, provando ad escogitare sinonimi.
Ritorno al mio colpo d’occhio.
Faccio una conta improvvisa, involontaria, azzardata. Mi stupisco, riosservo, conto ancora, scopro leggere differenze, negli abbigliamenti, nelle posture, nei lineamenti del viso. Nei colori di pelle. Che mi sembrano tanti, ma tutti bellissimi.
Il tempo di un’altra fermata e devo scendere. Certo però di aver distinto nella mia testa tra tutti i miei compagni di questo brevissimo viaggio, almeno una trentina di etnie differenti, forse di più. Mi ristupisco ancora.
Sto scendendo dal mezzo di trasporto, ma ormai i miei pensieri si accavallano repentini, e altrettanto fulminee si affacciano domande.
Eppure mi ritrovo in un solo luogo di Roma, una piccolissima porzione, rispetto alle decine di quartieri, senza dire delle mille periferie di questa immensa città. Quello che sto attraversando è forse uno dei quartieri più centrali e, non faccio fatica a dirlo, uno dei più residenziali, elitari e ambiti, pur tuttavia nel giro di poco più di una decina di minuti ed in una mattinata di un giorno non così rappresentativo, il sabato, ho intravisto una “marea” di gente differente tra loro.
Una marea, in quel tram non lo erano, ma li immagino tali e tanti se li colloco virtualmente nelle loro famiglie, nelle loro case, nelle loro comunità di origine.
Come sempre, quando vogliamo avere delle risposte rapide e attendibili, consultando le documentazioni di Istat e Comuni Italiani, attraverso i loro siti internet, scopro che i 363.563 stranieri, residenti nella sola area metropolitana di Roma, appartengono a 182 differenti nazionalità.

E nulla. È un dato di fatto. Siamo e viviamo nell’epoca delle società multietniche, multirazziali, multiculturali.

Soltanto una ventina d’anni fa forse, il cittadino italico aveva una percezione del fenomeno migratorio, come fatto storico, memore probabilmente di aver avuto nella propria famiglia dei parenti più o meno prossimi, emigranti in paesi lontani e grandi.
Come l’America negli anni del dopoguerra, o l’Australia in cui espatriò l’ultima ondata massiccia di una generazione di emigranti negli anni ’70.
Oppure intendeva le migrazioni come fatto altrui, che succedeva altrove, del tipo: “sono stato a New York; che meravigliosa metropoli multietnica!” oppure “Che bella Londra, con tutti i suoi ragazzi che vanno a studiare l’inglese, provenienti da ogni parte del mondo” e via dicendo con luoghi comuni simili…
Ma non ci stavamo accorgendo di quanto Noi stessimo già diventando un Paese multicolore e aperto ai nuovi cittadini.
Già nel non troppo distante 1997, il nostro illustre semiologo, Umberto Eco, disquisiva emblematicamente, ma con il suo impeccabile stile di scrittura, sulla questione migratoria dell’Europa, ricordandoci come i nostri territori siano da sempre stati obiettivo di ondate di arrivi da altre popolazioni e da altri stati. Dall’epoca dell’impero romano, in cui popoli germanici, definiti barbari, occuparono diverse terre della penisola, colonizzando, e certo distruggendo ma nel contempo costruendo nuovi villaggi ed apportando nuovi stili di cultura e di vita; fino all’apporto delle culture arabe e spagnole in epoche più moderne, influenze di cui ancora oggi respiriamo e godiamo, visitando magari Palermo o Napoli.

Folon, La Mer
                                        Folon, La Mer

Per poi arrivare, come già accennato, all’epoca delle grandi migrazioni dei nostri connazionali, via via verso le coste dell’est America. Migrazioni politicamente programmate in parte, come ci ricorda lo stesso Eco, che comunque permettevano anche ai nostri migranti di integrarsi in un altro tessuto sociale, forse solo lavorativamente, ma che hanno pur tuttavia cambiato la cultura e gli usi delle popolazioni autoctone. Umberto Eco in verità, punta secondo il suo punto di vista, a distinguere i due termini Immigrazione e Migrazione, ravvisando nell’Immigrazione uno spostamento forzato di popolazioni verso un altro paese, quindi controllabile e ghettizzato, mentre individua nel termine Migrazione, uno spostamento spontaneo e non omogeneo, anche in epoche diverse, anche di popolazioni differenti, ma non controllabile da nessuno stato sovrano.
Eco conclude il suo scritto con un’assunto, che riporterò fedelmente:
[…]Il problema è che nel prossimo millennio (e siccome non sono un profeta non so specificare la data) l’Europa sarà un continente multirazziale, o se preferite, “colorato”
Se vi piace, sarà così; e se non vi piace, sarà così lo stesso. Cit. da “Le migrazioni, la tolleranza e l’intollerabile” in Cinque scritti morali – Milano, Bompiani 1997

Dunque ci siamo.
È in questo continente colorato e già profetizzato dal nostro compianto scrittore che ci troviamo oggi. Ma loro, i nostri concittadini, provenienti dalle altre 182 nazionalità e culture, come si stanno integrando nel nostro paese?
Ci toccherebbe individuare troppi e numerosissimi argomenti, a proposito di Integrazione, e non avendo spazio a sufficienza per esaminarli tutti, ci limiteremo ad uno sguardo pur tuttavia sommario sull’elemento principale dell’integrazione, la conoscenza della Lingua Italiana: il primo passo per mettere i cittadini stranieri a contatto con il nostro paese, con la nostra cultura e con le norme basilari di una civile convivenza.
I dati statistici, sempre parlando di stranieri residenti, ci dicono che i migranti di prima generazione (i genitori, o comunque i primi arrivati), hanno dato vita a successive generazioni.
Anche se personalmente mi suona strano chiamare migranti coloro che nascono in Italia, sono sempre figli di migranti e dunque migranti a loro volta di seconda o terza generazione. I livelli di integrazione linguistica dunque, possono essere differenti a seconda se si parli di prime o seconde (e a volte terze) generazioni.
Solitamente, gli stranieri di prima generazione continuano a parlare la loro lingua madre in famiglia o nelle situazioni comunitarie di incontro tra parlanti nativi. I loro figli, presumibilmente andranno nelle scuole italiane, ma continueranno, in maniera più o meno accentuata a sviluppare il fenomeno di bilinguismo, apprendendo a casa la Lingua Madre e fuori casa, a scuola o con gli amici, la lingua italiana.
Nelle terze generazioni, ma dipende molto dal sostrato comunitario, familiare e sociale d’origine, spesso subentra il rifiuto del mantenimento della Lingua Madre, e il totale abbraccio della Lingua ospite. Questo quadro, ovviamente non generalizzabile, ci permette di individuare i vari livelli di integrazione linguistica dai genitori fino ai loro figli.
Molti i programmi politici ministeriali e molte le offerte formative derivanti da istituzioni pubbliche e private, susseguitesi negli ultimi anni, anche tra successivi governi, provano oggigiorno sul nostro territorio a permettere ai non nativi di integrarsi linguisticamente e non solo. Questo nei programmi.
Alcuni studi condotti sulla presenza nelle scuole dell’obbligo di figli di migranti, ci raccontano come questi hanno via via molte più difficoltà dei loro compagni di lingua italiana a tenersi al passo con gli stessi livelli di apprendimento.
Poiché le politiche scolastiche prevedrebbero, sin dalle scuole elementari la presenza degli insegnanti supplementari di sostegno linguistico in affiancamento alle insegnanti di base per permettere ai giovani studenti di altre nazionalità, di non restare indietro negli studi, ma a tutt’oggi, nella maggioranza delle scuole pubbliche del centro storico di Roma Capitale, ad esempio, queste figure professionali sono assenti.
La conseguenza è che l’apprendimento della lingua italiana è affidata al caso, o perlomeno, alla volontà del singolo di seguire corsi supplementari. Spesso, con l’avanzare dei livelli di studio superiore, si assiste all’abbandono degli studi da parte dei figli di migranti in proporzione maggiore che negli studenti di madre lingua.
Dopo queste brevi riflessioni, quello che possiamo asserire convintamente, anche senza dati molto confortanti, è che il panorama generale dell’apprendimento della lingua Italiana come L2 (lingua straniera appresa nel paese in cui si parla) da parte degli stranieri residenti non è esattamente quello che ci si aspetterebbe da un paese ospite, come l’Italia.

Nel titolo di questo articolo, ho provocatoriamente utilizzato il termine LIQUIDO, come riferimento alle tesi sociolinguistiche della nostra contemporaneità sostenute da Zygmunt Bauman, perché se l’adattabilità delle nostre vite alla società dei consumi e della continua evoluzione del mondo che cambia, in modo fluido dunque, possa essere visto anche in chiave di integrazione linguistica, allora si potrebbe auspicare un’integrazione più fluida dei migranti nella nostra società solo se verranno aiutati a superare lo scoglio della lingua.
Magari in questa prospettiva potremmo riuscire ad integrare finalmente l’ALTRO nella nostra società e nel nostro tessuto cittadino.
E riusciremmo decisamente a non considerarlo solamente come l’Altro.

consigli di lettura:
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Stefano Allievi, Gianpiero Dalla Zuanna
Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione
2016, Saggi Tascabili Laterza

note a piè di pagina.

KaterinKaterinov - Marcello MarzanoKaterin Katerinov (1938-2016)
Il 14 luglio scorso ci ha lasciati, orfani e sgomenti, un grande uomo, un insegnante strabiliante e spericolato, idolatrato da milioni di studenti stranieri di Lingua Italiana e di insegnanti di Linguistica e didattica della lingua, affascinati dalla sua rara intelligenza e vivace ironia.
Voglio dedicare un piccolo saluto e un lieve sommesso omaggio a colui che ha voluto dedicare l’intera sua vita all’amore per la lingua Italiana, lui che italiano non era, e che ha saputo in piccole dosi trasmettere questo amore e questa passione a molti di noi che hanno avuto l’onore di averlo come professore. Buon Viaggio Katerin.