Tre anni senza Padre Dall’Oglio Tre anni senza Padre Dall’Oglio

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Tre anni senza Padre Dall’Oglio Tre anni senza Padre Dall’Oglio

Era il 29 luglio del 2013 quando il gesuita sparì a Raqqa. E mentre ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia la sua sorte si ricorda il suo impegno per combattere fondamentalismi e totalitarismi Era il 29 luglio del 2013 quando il gesuita sparì a Raqqa. E mentre ancora oggi non sappiamo con certezza quale sia la sua sorte si ricorda il suo impegno per combattere fondamentalismi e totalitarismi

«Lei sa meglio di chiunque altro quanto il terrorismo islamico internazionale sia soprattutto uno dei molti canali di illegalità del traffico di droga, di armi, di organi, di esseri umani, di capitali e di materie prime…». Era il 2012 e Paolo Dall’Oglio in una lettera a Kofi Annan, invitato speciale per le Nazioni Unite chiedeva attenzione su quanto stava succedendo in Siria. Gesuita, padre dall’Oglio ha sempre messo la pace della Siria, il suo paese d’adozione, al centro del suo lavoro e delle sue preghiere. Fino a quel maledetto 29 luglio di tre anni fa, quando è partito per Raqqa e non è più tornato indietro.
Come raccolta Michel Weiss in un lungo e dettagliato articolo uscito questo inverno su The Daily Beast, prima di mettersi in viaggio padre Paolo dice a un amico: «Se potete ricordatemi nelle vostre preghiere». Il religioso romano sapeva bene di star muovendosi in un terreno complicato, incerto, dilaniato dalla guerra civile e dalla presenza dei gruppi jihadisti. Nonostante un decreto di espulsione emanato dal regime di Assad che osteggiava i suoi tentativi di pacificazione del conflitto, padre dall’Oglio voleva tentare il rilascio di alcuni ostaggi, catturati nella città siriana. Ed è lì, in quella che sarebbe diventata la capitale dello Stato Islamico, che cade nelle mani dei suoi carcerieri.
Oggi, a distanza di più di mille giorni da quel momento, mentre l’Europa si richiude in se stessa colpita dal terrore e dall’instabilità, è alla sua storia e al suo impegno che bisogna guardare per capire. Quando si è messo in cammino, padre dall’Oglio sapeva che il primo nemico del terrorismo è proprio il dialogo interreligioso di cui si faceva promotore. Sapeva quanto le sue parole fossero e siano ancora oggi scomode per i fondamentalisti e per tutti quelli che non credono in un mondo di uomini liberi e uguali.
Negli anni Ottanta, quando la Siria era in pace, aveva fondato la comunità monastica cattolico-siriaca di Mar Musa nord di Damasco. Ma dopo l’inizio della guerra civile nel 2011 era cambiato tutto. Anche luoghi di pace che aveva creato e per cui aveva lavorato erano stati attaccati. È stato allora che padre Paolo ha iniziato a criticare il regime di Assad. Ed è stato allora che il gesuita ha deciso di continuare a lavorare contro il fondamentalista, nonostante i rischi, sempre più grandi. Dopo il suo rapimento si è susseguita una sfilza di voci, messe in circolazione anche da chi magari sperava di guadagnare qualcosa fornendo false piste sulla sorte del “prete italiano”. L’ultima in aprile, quando un ex ribelle del Free Syrian Army poi passato con Isis ha raccontato alle autorità francesi di aver avuto per le mani un video che mostrava il gesuita. Ma mai si è avuta certezza. Per tre anni la famiglia ha dovuto subire il supplizio delle false speranze e del limbo in cui si trova chi non ha un corpo da piangere.
Ma forse le parole più giuste per parlarne in questo anniversario le ha dette Hind Aboud Kabawat, amica di padre Paolo: «Se è morto è morto. Se è vivo allora tornerà indietro. Noi dobbiamo seguire i suoi principi. Amare gli altri, costruire ponti attraversando il confine per la pace e la riconciliazione. Erano queste le sue parole preferite». «Lei sa meglio di chiunque altro quanto il terrorismo islamico internazionale sia soprattutto uno dei molti canali di illegalità del traffico di droga, di armi, di organi, di esseri umani, di capitali e di materie prime…». Era il 2012 e Paolo Dall’Oglio in una lettera a Kofi Annan, invitato speciale per le Nazioni Unite chiedeva attenzione su quanto stava succedendo in Siria. Gesuita, padre dall’Oglio ha sempre messo la pace della Siria, il suo paese d’adozione, al centro del suo lavoro e delle sue preghiere. Fino a quel maledetto 29 luglio di tre anni fa, quando è partito per Raqqa e non è più tornato indietro.
Come raccolta Michel Weiss in un lungo e dettagliato articolo uscito questo inverno su The Daily Beast, prima di mettersi in viaggio padre Paolo dice a un amico: «Se potete ricordatemi nelle vostre preghiere». Il religioso romano sapeva bene di star muovendosi in un terreno complicato, incerto, dilaniato dalla guerra civile e dalla presenza dei gruppi jihadisti. Nonostante un decreto di espulsione emanato dal regime di Assad che osteggiava i suoi tentativi di pacificazione del conflitto, padre dall’Oglio voleva tentare il rilascio di alcuni ostaggi, catturati nella città siriana. Ed è lì, in quella che sarebbe diventata la capitale dello Stato Islamico, che cade nelle mani dei suoi carcerieri.
Oggi, a distanza di più di mille giorni da quel momento, mentre l’Europa si richiude in se stessa colpita dal terrore e dall’instabilità, è alla sua storia e al suo impegno che bisogna guardare per capire. Quando si è messo in cammino, padre dall’Oglio sapeva che il primo nemico del terrorismo è proprio il dialogo interreligioso di cui si faceva promotore. Sapeva quanto le sue parole fossero e siano ancora oggi scomode per i fondamentalisti e per tutti quelli che non credono in un mondo di uomini liberi e uguali.
Negli anni Ottanta, quando la Siria era in pace, aveva fondato la comunità monastica cattolico-siriaca di Mar Musa nord di Damasco. Ma dopo l’inizio della guerra civile nel 2011 era cambiato tutto. Anche luoghi di pace che aveva creato e per cui aveva lavorato erano stati attaccati. È stato allora che padre Paolo ha iniziato a criticare il regime di Assad. Ed è stato allora che il gesuita ha deciso di continuare a lavorare contro il fondamentalista, nonostante i rischi, sempre più grandi. Dopo il suo rapimento si è susseguita una sfilza di voci, messe in circolazione anche da chi magari sperava di guadagnare qualcosa fornendo false piste sulla sorte del “prete italiano”. L’ultima in aprile, quando un ex ribelle del Free Syrian Army poi passato con Isis ha raccontato alle autorità francesi di aver avuto per le mani un video che mostrava il gesuita. Ma mai si è avuta certezza. Per tre anni la famiglia ha dovuto subire il supplizio delle false speranze e del limbo in cui si trova chi non ha un corpo da piangere.
Ma forse le parole più giuste per parlarne in questo anniversario le ha dette Hind Aboud Kabawat, amica di padre Paolo: «Se è morto è morto. Se è vivo allora tornerà indietro. Noi dobbiamo seguire i suoi principi. Amare gli altri, costruire ponti attraversando il confine per la pace e la riconciliazione. Erano queste le sue parole preferite».

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