ALCUNE NOTE D’ATTUALITA’ SULLA GUERRA TRA POVERI

Opera di Alessandro Scannella, Disperazione
    Opera di Alessandro Scannella, Disperazione

Tra le mille opinioni di questi giorni duri, oggi ne ho trovata una illuminante. Un uomo di destra scrive sui benedetti social: «chiedo che ai poveri italiani vada ciò che è destinato ai profughi, nulla di più». Una posizione, diciamo così, di mediazione, tra chi ha voluto contrapporre strumentalmente profughi negli alberghi e terremotati nelle tende, sulla base di quella che potremmo chiamare una falsa somiglianza che porta a una fallacia argomentativa tra le più classiche del dibattito pubblico.
L’argomentazione del tuittatore fa un passo avanti: si chiede perché, oltre a ciò che si fa per i profughi, non si faccia quasi nulla per i poveri italiani (non solo i terremotati, tecnicamente profughi anch’essi, per cui bisogna adottare, come è ovvio, misure specifiche).
Domanda, questa, legittima. Che interroga tutto il sistema politico italiano. In profondità, nonostante la superficialità della posizione del problema.
Ragioniamo insieme, quindi, per una volta: togliamo per un attimo di mezzo i 35 euro che – come ha ricordato Stefano Catone – non vanno ai profughi ma a chi si occupa di loro.
Rimane la questione: e per i poveri italiani che si fa?
Poco. Sappiamo che il governo attualmente in carica ha preferito fare altre scelte, in questi ultimi due anni, rinnegando a lungo ciò che aveva iniziato a fare Giovannini ai tempi di Letta e riprendendolo, con poche risorse, solo quest’estate.
Sappiamo che le numerose proposte sul reddito minimo sono rimaste sulla carta, per l’opposizione del governo e per la naturale opposizione della destra in tutte le sue forme, benché – come tutti dovrebbero sapere – il reddito minimo è nato da esponenti della cultura liberale. Quelli sì sarebbero i 35 euro, se vogliamo dirla così che ci capiscono anche i nazionalisti, agli italiani. E potrebbero essere corrisposti in termini di reddito e servizi, come ci spiega l’ultimo numero di Internazionale.
Sappiamo che al di là di una giusta opposizione sulle storture della legge sulle pensioni, poche altre idee sono venute da chi è più critico verso «gli alberghi dei profughi». Ma non voglio essere polemico. Preferisco rivolgermi a loro con parole semplici: nella prossima legge di stabilità, dove mettiamo i soldi per i poveri italiani? Che proposte farà la Lega e la destra tipo Le Pen? Quali la destra ‘moderata’?
Dico da subito: azzerare i costi dell’accoglienza (come risponderebbe certamente qualcuno) non risolve il problema, perché le risorse non sarebbero sufficienti a fare quella lotta alla povertà che giustamente si rivendica (per ora, abbiamo visto, a parole).
La stessa domanda va rivolta a chi sostiene questo governo, tra mille distinguo e cortocircuiti.
Se invece dei 500 euro dati a tutti i diciottenni, sia che stiano bene, sia che stiano male, sia che provengano da famiglie ricche, sia che provengano da famiglie povere, non iniziassimo a pensare a una grande strategia al diritto allo studio che dia servizi, strumenti e borse per rendere totalmente accessibili ai «capaci e meritevoli» l’università?
Se invece di togliere le tasse sugli immobili a tutti, anche a chi si può permettere di pagarle senza fare alcuna fatica, non si potenziassero i servizi educativi delle nostre comunità?
Se invece di dare 80 euro a prescindere dal reddito complessivo familiare e al patrimonio, fino al caso assurdo della moglie di un parlamentare che percepisce gli 80 euro essendo peraltro dipendente di suo marito, quei soldi li distribuissimo in modo più equo per dare futuro ai figli di tutte le famiglie?
Se invece di nicchiare sui voucher – l’unica cosa che in Italia cresce, il resto è un mezzo disastro – si volesse riconoscere una paga giusta e si moralizzasse il sistema, con il coinvolgimento di chi è sempre pronto a spiegarci come si fa a riformare il Paese, ovvero le sue classi dirigenti, che parlano molto ma investono poco in Italia?
Se invece di produrre bonus a profusione, si investisse sulla progressività in modo più razionale e egualitario?
E se, ancora, si scoprisse che per rendere tutti uguali andrebbe fatta una riflessione (minima, anch’essa) sulla successione?
E se si scoprisse, che mentre il mondo cambia intorno a noi, il fisco rimane sempre uguale, e i grandi gruppi multinazionali che più si arricchiscono pagano meno tasse di tutti gli altri, grazie a sapienti meccanismi elusivi che sono anni che si dice si vogliano intercettare. E invece non si fa nulla o quasi.
Se il dramma di Amatrice e di altri borghi serve ad aprire una riflessione sulla povertà, facciamolo con impegno e serietà. Abolendo la demagogia, che di fronte a questi fatti dovrebbe crollare. Al suo posto, costruiamo una proposta politica. Che dia una risposta ai poveri italiani, senza togliere quel poco che hanno ai disperati.

di Giuseppe Civati