EFFEMERIDI POLITICHE

Opera di Pawel Kuczynski
                      Opera di Pawel Kuczynski

Il Presidente Renzi è palesemente combattuto tra la ricerca di un ruolo in Europa e la certezza di una maggioranza politica nel Paese (in considerazione del flop delle recenti elezioni amministrative).
Il complesso rapporto con la Germania e con il Presidente Junker, al di là della Brexit si sta trasformando purtroppo nel pietire ulteriori dilazioni alla Ue della Cancelliera Merkel.
Occasione mancata dunque quella del summit di Ventotene per rivendicare spazi e prerogative su due argomenti in particolare : Migranti e regole finanziarie. Luogo importante ed evocativo perché li nacque l’idea di una Europa dei Popoli , ma c’erano altri Uomini di Stato.
L’evento è finito giustamente in secondo ordine per il terremoto dell’Italia Centrale dei giorni scorsi che ha distrutto un pezzo importante del Bel Paese con un alto imprecisato numero di morti, feriti e dispersi.
Insomma La politica e l’Europa hanno finito per apparire in qualche modo volontariamente fuori gioco.
Parlando di Europa servirebbe comunque meno ambiguità e piena capacità d’intervento della politica per esprimere l’ardua iniziativa di proporre una mediazione alta, che non si vede ancora all’orizzonte, ma forse non impossibile.
Purtroppo sembrano prevalere le furbizie nazionali e gli interessi delle grandi concentrazioni di poteri ai danni dei Paesi in crisi: Italia,Spagna, Portogallo e Francia in parte.
Risultato : piccoli cabotaggi e disegni strategici di breve prospettiva che sfociano soprattutto in una perfida soluzione di potere che impone solamente scambi di reciproche convenienze.
Ed ecco il Presidente Renzi nuovamente alle prese con le tantissime spine della politica interna,situazione aggravata da un terribile terremoto come ricordavo prima.
La marcia indietro del Presidente del Consiglio sull’ossessione circa la personalizzazione governo/referendum, forse in seguito al luttuoso evento del terremoto, potrebbe essere forse un inizio di confronto tra le forze politiche per rivedere il testo della Riforma elettorale.
Difatti all’ultima conferenza stampa a Palazzo Chigi, Renzi non solo ha ribadito che comunque vada il referendum non si dimetterà (quando mesi prima aveva solennemente legato la sua sorte all’esito del referendum stesso ) e tale comportamento ricordo sommessamente l’avevo descritto nel precedente articolo molte settimane prima. Insomma la conservazione del potere ad ogni costo, con avventurismo e impreparazione.
Cominciamo a vedere la situazione del partito di maggioranza più chiaramente con parametri oggettivi, storia e numeri per capire l’evoluzione partitica da comunista a socialdemocratica con Renzi leader.
Il Partito democratico (si chiamava diversamente ) fu rottamato da Cossutta e poi da Bertinotti. E’ stata l’allora Rifondazione a polarizzare la base dei vecchi militanti comunisti, tempo dopo lo spirito che organizzava le piazze comuniste di San Giovanni e che affollò il Circo Massimo con milioni di manifestanti convocati da Cofferati a difesa dell’articolo 18, ma in realtà contro il Governo Berlusconi, stava comunque affievolendo proprio per quella diffidenza nella nuova Sinistra rispetto alla Sinistra storica.
Con le “leopolde” di Renzi capì che l’aria era cambiata.
Ancora oggi il Presidente del Consiglio si comporta da sindaco capoclasse con una giunta e non con un Consiglio dei Ministri.
Modernismo, dinamismo con perdita dell’inibizione nel trattare con i poteri, quasi una sorta di cinismo mediatico furono (e sono) le prassi del renzismo .
E ancora assai diverso da Renzi è stato Veltroni , sempre per fare un poco di storia.
Veltroni cercò di introdurre l’americanismo, I care, il cinema, le figurine Panini, in pratica le sue smanie giovanili, per caratterizzare il nuovo Pd nato dall’ulivo di Prodi.
Ma tali ubriacature adolescenziali potevano mai caratterizzare un partito popolare organizzato giustamente nelle sezioni? Un partito che sentiva più vicino a sé un D’Alema, per dire Renzi per fortuna, lontano dai luoghi comuni veltroniani , cerca di valorizzare un’ anima liberale nel Pd (l’analisi del mercato, il ritorno dello stato sociale, il costo del lavoro, la revisione funzionale della Costituzione…) ma l’inadeguatezza dei sui “consigliori” ha fatto perdere d’energia e convinzione l’idea renziana dello Stato, producendo leggi estremamente dannose e controverse, pensiamo solo al Jobs Act.
“Il partito comunista più forte dell’occidente”così denominato da Enrico Berlinguer non ha più niente a che fare tra lo stesso Berlinguer, Natta, Occhetto e poco con Bersani, Renzi, confortato da un Presidente come Napolitano ha” soffiato” un partito a questi capi predecessori ,in parte rottamati ma l’interno del vestito: asole, risvolti etc… è lo stesso di 40 anni fa, aggravato da una difficile convivenza tra cattolici e comunisti.
Ecco, dopo questo breve escursus storico, si può arrivare alle conclusione che lo stato del partito democratico non è stabile ma in grande evoluzione e con il pericolo, ormai certo, della perdita di una certa versione popolare a vantaggio di una vena filo bancaria.
I modelli socialdemocratici, liberali, sociali non hanno più senso.
Allora Presidente Renzi è ora di coinvolgere tutte le energie interne ed esterne nel Pd per mantenere quanto più volte dichiarato agli Italiani la promessa della “ripresa “?

di Francesco Petrucci