RENZI E I 5 STELLE: LE SFIDE D’AUTUNNO

Elaborazione Immagine di Carla Morselli
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Renzi si prepara alla grande sfida d’autunno, il referendum confermativo sulla riforma costituzionale, terreno di scontro particolarmente acceso, con le opposizioni e con la sinistra interna del PD.
Una certa baldanzosa imprudenza lo aveva spinto, nei mesi scorsi, alla promessa di lasciare addirittura la vita politica, in caso di sconfitta del Sì.
Tanta azzardata sicumera è stata poi ridimensionata dallo stesso interessato, ora più disponibile ad ascoltare i consigli di prudenza che certamente non mancano. L’ancoraggio dell’esito referendario alle sorti del governo è stato finalmente rimosso. Meglio tardi, che mai. Ma ormai, in parte, il danno è stato fatto. Si è prodotta, cioè, nell’immaginario collettivo, la sensazione di un referendum sul gradimento dello stesso Renzi e del suo governo. Rispetto al merito della riforma, si colgono, tanto dai fautori del Sì, quanto dai loro contraddittori, giudizi e analisi che spesso appaiono contrassegnati da evidenti forzature ed esasperazioni retoriche. Tanto l’evocazione di un rischio di deriva autoritaria, quanto l’immagine salvifica di miracolosi effetti virtuosi sul fronte della qualità e moralità della politica (contenimento dei costi della casta) appaiono fin troppo strumentali alle esigenze propagandistiche di una contesa, vissuta ormai come la sfida decisiva tra il renzismo e tutto ciò che ad esso si contrappone. Con una scarsissima attenzione alla qualità del nuovo testo, che dovrebbe costituire invece – questo sì -, l’aspetto decisivo. E sul merito è difficile sottrarsi alla sensazione di una costruzione un po’ improvvisata e approssimativa, forse indotta da una preoccupazione prevalente di bruciare i tempi – quando fu elaborata in sede governativa – e, purtroppo, non migliorata – e ci sarebbe stato modo e tempo -, nel corso dei successivi passaggi parlamentari. Tale sensazione è avvertita da chi scrive, in relazione, soprattutto, al tema del bicameralismo e delle procedure legislative. Più convincenti appaiono sicuramente il nuovo impianto relativo alla ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni e l’abrogazione del Cnel. Sarà a causa di questa stesura un po’ frettolosa, che suscita in molti perplessità nel merito, sarà per l’eccessivo collegamento evocato, inizialmente, con le fortune del premier – ancorché poi smentito -, che l’esito referendario appare a rischio per i sostenitori della riforma, anche se il voto è ancora lontano e ogni previsione apparirebbe prematura. Ma sembra ormai evidente il rischio di logoramento della forza politica dell’esecutivo, in caso di vittoria del No. Il governo Renzi incontra, al momento, anche altre criticità che allentano la luna di miele con gli elettori. I maggiori partners europei sembrano un po’ sordi, rispetto ai suoi appelli per una maggiore flessibilità sul deficit e sul coordinamento delle politiche migratorie, il Jobs Act mostra segnali di frizione nei suoi effetti di incentivazione di nuova occupazione. Si potrebbe delineare una sorta di condizione di pari sofferenza (della serie, “mal comune, mezzo gaudio”), tra i due maggiori partiti, dati gli inizi maldestri dell’amministrazione capitolina a 5 Stelle e la sensazione – sia pure temporanea e contingente – di approssimazione, impreparazione e fragilità che ha trasmesso, rispetto all’arduo compito di risanare la nostra disastrata Capitale. Ma se Virginia Raggi, dopo questi inizi incerti, rilanciasse vigorosamente e partisse con decisione e con una squadra finalmente completa, ed anche adeguata ed affiatata, Renzi avrebbe ancora più bisogno della vittoria del Sì alla riforma costituzionale, per poter sperare di contrastare la formidabile sfida del Movimento Grillino. Va respinta, in ogni caso, ogni eventuale tentazione di “gufare” su limiti e difficoltà della Raggi, ai fini di esorcizzare la crescente affermazione del movimento. La sinergia tra governo centrale e Roma Capitale è essenziale per entrambi. E quanto accaduto con le Olimpiadi non rappresenta un buon inizio, nella prospettiva di una serena collaborazione istituzionale. Tra Palazzo Chigi e il Campidoglio deve crearsi una leale solidarietà che prescinda dalla competizione politica.
Resta scoperto il fronte del centrodestra: scoperto, perché manca un leader in grado di federarlo e di costituire un adeguato contraltare, rispetto al rottamatore fiorentino e al geniale istrione genovese, affiancato dai sempre più emergenti Di Maio e Di Battista. Sulla carta, nei sondaggi, il centrodestra tende ancora a sfiorare il 30%, mettendo però insieme Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e centristi, che, al momento, insieme non stanno. Sarebbe necessario un federatore, Berlusconi ormai è stanco, dopo vent’anni di battaglie fin troppo accese e di non trascurabili amarezze. Ha individuato, nella persona di Stefano Parisi, sobrio e competente e dal curriculum assai qualificato, il possibile ricostruttore e federatore della coalizione, dopo la buona prova, sia pure sfortunata, delle elezioni comunali di Milano. Ma Parisi di cosa potrà essere il federatore ? E’ possibile ormai ricongiungere le anime moderate e centriste con la Lega, guidata da Matteo Salvini ? E’ necessario un centrodestra forte, per la funzionalità del nostro sistema, per una moderna democrazia dell’alternanza, ma la fusione a freddo non sempre funziona, sul terreno politico e anche elettorale. A Berlusconi questo era faticosamente riuscito, anche grazie a un certo buon senso e a una discreta dose di realismo che, in certe fasi, emergevano dalla ruvida personalità di Umberto Bossi. Questi accordi erano, peraltro, cementati dalla fiducia e dall’entusiasmo di un popolo di centrodestra che ha poi subìto troppe delusioni e troppi traumi. E’ quel popolo che deve essere ricomposto, ma su un’opzione chiara. E se Parisi registrasse l’impossibilità di individuare un minimo comune denominatore tra le diverse anime del centrodestra – come certe esternazioni di Salvini lascerebbero pensare – dovrà accettare l’eventuale dissociazione, tentando un esperimento moderato di centro e sfidando Renzi su quel terreno.

di Alessandro Forlani