IL NUOVO TRUCCO DELLA PROPAGANDA DI GOVERNO

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Invece di interrogarsi sulle ragioni (anche interne al campo democratico) della dolorosa sconfitta di Hillary Clinton, è già partita la propaganda di governo.
Se voti No alle prossime vince uno come Trump, dichiarano viceministri e parlamentari arrembanti.
Nemmeno un dubbio. Nemmeno una piega.
E se fosse Renzi ad aver rovinato il progetto del cambiamento della sinistra, che non lo è più?
E se fosse stato sbagliato proseguire à la Napolitano questa legislatura, che doveva durare poco e non era in grado di fare cose buone, rinviando le elezioni quando il centrosinistra – pur provato da scelte sbagliate come le larghe intese – era ancora unito?
E se fosse stato sbagliato prendere per il culo tutti quelli tipo Sanders (solo per capirci, rifiutando sempre il provincialismo) che li mettevano sull’avviso e si dicevano prima preoccupati e poi angosciati e poi distanti?
E se il problema fosse che da outsider, tutti i nuovi virgulti sono diventati insider che più insider non si può?
E continuare a cercare un nemico dappertutto non ha reso forti i nemici e la categoria stessa amico-nemico di cui si avvantaggiano i più prepotenti?
E un certo “populismo” non è anche quello del governo, con gli slogan di questa campagna referendaria (iniziata, lo ricorderete, da un geniale «o me, o il Senato») e un impianto culturale pieno di disintermediazioni di comodo e di facilonerie, come ha spiegato magistralmente Marco Revelli in un libro che forse non è stato letto?
E non aver cercato alleanze in Europa ma solo colpi di teatro a giorni alterni, mollando per primi (!) la Grecia e attaccando a vanvera i burocrati (cioè se stessi) non ha forse alimentato l’antieuropeismo senza offrire alcuna alternativa?
E presentarsi come campioni dell’establishment, con Marchionne e la Confindustria al proprio fianco, contro tutti i movimenti e i sindacati e le piazze di ogni tipo, non abbia dato l’impressione (la certezza) che si volesse il potere per il potere?
E rifiutarsi di discutere il reddito minimo e altre cose così, optando per la moltiplicazione dei voucher (dalla precarietà allo schiavismo), non abbia allontanato ancora di più i giovani, più fragili di altri sotto tutti i punti di vista?
E avere dimenticato di offrire al Paese un progetto che non fosse solo quello di abbassare (poco) le tasse, partendo da quelle più care a Berlusconi, senza affrontare i mali fondamentali, come quello della tanto vituperata questione morale (questione politica più di ogni altra)?
E avere trascurato il piccolo dettaglio delle disuguaglianze che montano, andando a braccetto con tutti i gruppi multinazionali con tanto di selfie e spot commerciali, affidando al contempo temi delicatissimi come l’immigrazione al più importante tra i ministri del governo, Angelino Alfano?
Fino a ieri tutti a dire: «guardate Sanders, che sostiene Clinton e non fa storie». Ecco, non è bastato. Perché il problema è più profondo di così. Soprattutto se si è scelto di prendere puntualmente le distanze da chi sta a sinistra (in generale) e dal risultato delle elezioni del 2013, che già ci dicevano che l’attuale sistema politico aveva qualche problema, optando per una sana alleanza destra e sinistra e alla confusione dei due concetti.
Il No è dedicato a una riforma che avrebbe dovuto essere inclusiva, attenta alla sovranità popolare, ai meccanismi di delusione che si stanno moltiplicando da anni. È stato Renzi a trasformare tutto quanto – non solo questoreferendum – in un referendum su di sé. Di cosa si lamenta, esattamente?
Certo, le cose vanno avanti così da prima che arrivasse Renzi. Che però non ha cambiato l’andazzo. E pur avendo dalla sua la stragrande maggioranza dei media, pur avendo gestito con precisi interventi la televisione pubblica, pur avendo eliminato tutte le forme di dissenso con un fastidio pari solo alla sua presunzione, pur avendo dato spin e contro spin senza requie a tutti gli opinionisti, ora attacca (lo ha fatto alla vigilia delle elezioni americane) ancora quelli là, quelli di sinistra, quelli che non hanno capito che ci vuole più clintonismo, più blairismo, più renzismo, insomma.
È per colpa loro se vincono quelli come Trump. Se gli operai votano uno così. Se le persone non si sentono più rappresentate da nessuno che stia dalla loro parte, perché in tv vedono solo potenti abbracciati tra loro. E si sentono dimenticati. Non è colpa di chi governa. No. È colpa delle stelle.
Oggi Francesco Costa scrive una cosa che penso da tempo: che bisogna saper «guardare dall’altra parte». Cosa che – tra mille attacchi – ho sempre cercato di fare. Chi vuole guardare da una parte sola, continui a farlo. Poi non ci venga a cercare, però, con le sue stronzate.

Immagine dal sito www.repubblica.it

di Giuseppe Civati