PROVE DI DIALOGO USA-UE

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L’America è un grande paese, la più forte democrazia con responsabilità globali. Naturalmente commette errori anche gravi, ma è dotata di meccanismi istituzionali e gli squilibri economici e sociali, anche le dolorose contrapposizioni razziali non infrequenti, non superano però il livello di guardia e in qualche modo vengono ricomposti. La dialettica del potere si articola nel confronto e nell’equilibrio tra le varie istituzioni e la stessa struttura federale tra il centro e i singoli stati è garanzia di democraticità per tutto l’ordinamento. La bandiera esposta su ogni casa, l’inno nazionale cantato tutti con la mano sul cuore, il coro U.S.A intonato in ogni manifestazione non solo sportiva, sono tutti segni evidenti di un legame e di un attaccamento patriottico che riguarda tutta l’America.
Non è superfluo richiamare tutto questo perché aiuta a comprendere meglio il clima di cordialità che ha caratterizzato il primo incontro di Trump alla casa Bianca, che Obama ha definito “eccellente “mentre il nuovo presidente si è detto “onorato” di un colloquio durato 90 minuti, ben oltre i 15 previsti. Senza sovraccaricare di significati il primo incontro -comunque importante- conclusosi davanti alle tv di tutto il mondo con una cordiale stretta di mano e l’intenzione reciproca di tornare ad incontrarsi, costituisce un chiaro segnale inviato non solo agli americani, ma a tutto il mondo. Tanto più significativo se si pensa ai toni aspri e non di rado volgari tenuti da Trump in campagna elettorale e la compromissione fin troppo ostentata di Obama nei confronti della candidata democratica sonoramente sconfitta. L’America prima di tutto deve stare a cuore a tutti i cittadini abbiano essi votato per l’uno o per l’altro candidato.
Questo quadro non è stato sostanzialmente turbato dagli incidenti avvenuti in tante città americane, a cominciare da NewYork, con manifestanti che secondo la polizia, hanno in alcuni casi dato luogo a episodi di guerriglia urbana, contrari all’elezione di Trump non riconosciuto come presidente secondo quanto scritto su numerosi cartelli. Certo per Trump comincia la parte più impegnativa, già prima dell’ingresso alla casa Bianca che avverrà il 20 gennaio. C’è animazione non solo tra i giornalisti per conoscere le scelte degli uomini che comporranno il suo governo: indicazione preziosa per capire i mutamenti o gli ammorbidimenti che il nuovo presidente saprà esprimere rispetto alle posizioni e alle promesse fatte in campagna elettorale.
L’Europa è chiamata fortemente in causa. Non bastano perplessità e malumori o rituali auguri di buon lavoro, uniti alla disponibilità a collaborare. Una Europa sfrangiata come non mai, alle prese con il dramma dei migranti e all’incapacità di trovare una soluzione non congiunturale al grosso nodo della flessibilità si presenta in difficili condizioni per misurarsi con la nuova presidenza americana. Mentre crescono populismi e nazionalismi che peseranno nelle prossime scadenze elettorali in Austria, in Olanda, in Francia e Germania. Indispensabile perciò un salto di qualità, di iniziativa e di convergenza non solo per affrontare i termini nuovi del dialogo tra le due sponde dell’Atlantico, ma ridare significato e ruolo alla presenza dell’Europa in questa difficile fase storica.

Immagine dal sito www.eunews.it

di Nuccio Fava