Garantire il benessere dei minori stranieri non accompagnati: modelli di innovazione sociale e finanziaria

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Garantire il benessere dei minori stranieri non accompagnati: modelli di innovazione sociale e finanziaria

Organizzato da KPMG Advisory S.p.a., CENSIS e IPRS – con il patrocinio dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma – il workshop tenutosi martedì 15 novembre 2016 presso la Pontificia Università Lateranense ha dato occasione di confronto ai principali attori istituzionali coinvolti nel sistema di accoglienza ed inclusione dei minori stranieri non accompagnati (MSNA) con nuovi possibili attori per il finanziamento e la valutazione degli impatti sociali del sistema stesso, in grado di incidere sui livelli di equità e sostenibilità.
Le pagine dei giornali ci restituiscono i numeri di un incessante arrivo di migranti che fuggono da paesi lacerati da guerre e conflitti. Molti di questi sono minori soli: bambini ed adolescenti. Garantire la loro accoglienza ed il loro benessere non è facile: enorme è lo sforzo progettuale, organizzativo ed economico delle amministrazioni centrali e locali. E tuttavia una parte del Paese guarda passiva e spaventata a questi arrivi, anche in ragione delle difficoltà dei sistemi di welfare rispetto alle crescenti necessità sociali delle fasce più vulnerabili, rendendo ancora più complessi i difficili processi di integrazione.

In apertura Monsignor Lorenzo Leuzzi, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale Universitaria: “Quella che viviamo in tema di immigrazione è una situazione complessa, fatta di tragedie individuali e sofferenza: i quasi 23.000 minori non accompagnati arrivati in Italia hanno espatriato per necessità fronteggiando un futuro carico d’incognite. La sfida non è solo quella di creare un sistema di accoglienza capace di coinvolgere la Chiesa, lo Stato, i prefetti e le ONG. Occorre – e in questo senso la Chiesa deve interrogarsi – rivedere la “teologia del nomadismo”, cioè affermare il diritto a non emigrare che va difeso ed affermato nei luoghi di appartenenza. Si tratta di un capovolgimento di prospettiva che implica una rilettura della globalizzazione, parola chiave non interpretata correttamente e su cui il Papa ha insistito chiudendo il Giubileo. Dove c’è una tradizione cristiana deve esserci sviluppo e non miseria, povertà e ghettizzazione. Anche l’Europa deve ripartire da questi principi mettendo da parte ignoranza e populismi per ridare slancio ai valori fondanti dell’Unione.”

Circa il 90% degli immigrati minori sono non accompagnati. Un flusso migratorio sempre più imponente: nei primi otto mesi del 2016 si parla di circa 16.000 arrivi – attraverso il Mar Mediterraneo – di minori non accompagnati. Il trend fa pensare, da qui alla fine dell’anno, ad un totale di 20.000. Si sono quindi già superati i livelli del 2015. Un tema delicatissimo, che ha diverse implicazioni: prima tra tutte una valenza sociale che riguarda l’accoglienza e l’integrazione di minori che da un lato subiscono la spinta “alla produttività” da parte delle famiglie d’origine, ma dall’altro devono intraprendere un percorso di formazione e di crescita nel nostro Paese. Questa problematica si inserisce all’interno di un disegno legislativo approvato in prima lettura alla Camera. Il disegno riconosce alcune tutele importanti per i minori soprattutto in ambito di non espulsione, di istruzione e di salute, e definisce il sistema delle tutele, anche nel passaggio delicato dalla minore alla maggiore età (che spesso significa precipitare, compiuti i diciotto anni, dalla regolarità alla clandestinità). Esiste un limen molto sottile tra il minore richiedente asilo ed il minore che deve essere inserito in una struttura sociale che abbia i punti di riferimento essenziali, ovvero un punto di riferimento affettivo, un riferimento psicologico, la possibilità di frequentare la scuola, la possibilità di integrarsi in maniera attiva e, un domani, la possibilità di lavorare nel nostro sistema produttivo perché non si crei una ghettizzazione. Non si tratta di tolleranza passiva ma di capire come poterlo inserire nel nostro sistema di relazioni, sociali e produttive.

Il prefetto Mario Morcone ha ricordato come il tema dei minori non accompagnati sia cresciuto in maniera esponenziale nel 2016: “Abbiamo superato quota 23.000 presenze, quando solo due anni fa erano la metà. Il Ministero dell’interno da gennaio 2015 ha costituito un’infrastruttura dedicata per offrire delle opportunità a chi arriva in Italia ma i bandi di gara per l’accoglienza non hanno sempre successo, anche se in un Paese “a crescita zero” i minori rappresenterebbero un’opportunità economica. È importante che la finanza a impatto sociale e le imprese diano il loro apporto perché una società inclusiva è fondamentale per la crescita. Il Ministero ha avviato alcuni progetti con Confindustria per la creazione di distretti formativi, con l’Università Lateranense nell’ambito della formazione e con il CONI, considerando lo sport leva di dialogo ed integrazione. In questa ottica si inserisce l’istituzione del servizio civile dedicato ai minori stranieri.”

Oggi l’immigrazione si presenta come la sfida culturale, etica e sociale più significativa per l’Europa e certamente per l’Italia, la frontiera più esposta. La finanza a impatto sociale potrebbe offrire soluzioni innovative e contribuire a far evolvere la qualità dei servizi sociali, anche attraverso i nuovi modelli di valutazione connessi all’impatto generato. Appare dunque importante valorizzare il ruolo dell’impresa e della finanza: esistono molti esempi in Europa e nel mondo – e qualche prima esperienza anche in Italia – di Impact Investing, ossia di quella modalità di investimento che ha l’obiettivo di generare un impatto sociale ed ambientale positivo e misurabile, esempi nei quali si è reso evidente come si possa coniugare efficienza dei servizi sociali, finanza e responsabilità sociale.
Emerge in maniera chiara che se non si elabora una governance d’integrazione e d’accoglienza, sarà difficile risolvere questo problema in un quadro geopolitico che si complica non solo in seguito all’elezione di Trump, ma in previsione di un aumento di sbarchi per il 2017.

Pier Luigi Verbo, partner Kpmg Advisory, ha sottolineato la centralità strategica che la finanza a impatto sociale potrà avere per affrontare l’emergenza immigrazione: “È importante promuovere la cooperazione interfunzionale ed intersettoriale tra i diversi ambiti della pubblica amministrazione. Si devono promuovere politiche fattibili ed efficaci, e per far questo si deve “mettere al centro” il cittadino utente, a maggior ragione se quel cittadino è un minore che ha bisogno di affetto, cura e riconoscimento dei diritti fondamentali. Un ruolo importante avranno gli “Open Data” e l’innovazione tecnologica, strumenti che ci consentono d’integrare dati e flussi con precisone e trasparenza. In questa prospettiva – di attenzione agli “impact investing” – la valutazione delle buone pratiche, la qualità dei modelli organizzativi, i processi d’armonizzazione contabile sono aspetti cruciali che potranno favorire l’innalzamento della qualità delle politiche pubbliche necessario a creare un contesto sociale-economico e politico coerente rispetto alle nuove domande di accoglienza in un mondo misto”.

L’immigrazione è un fenomeno che sta cambiando il tessuto antropologico delle nostre città, tema del libro del cardinale Angelo Scola “Un mondo misto. Il meticciato tra realtà e speranza” il quale suggerisce che la vera sfida sarà regolare in maniera positiva la convivenza. All’interno del complesso tema dell’immigrazione c’è un ulteriore elemento di polemica: ovvero i proventi del traffico illecito. Per quanto riguarda la realtà della migrazione si tratta di una cifra di circa due miliardi, quindi di diecimila euro a sbarco (cifre non ufficiali), e c’è il costo effettivo dell’accoglienza, che è di circa quattro miliardi di euro. Qualcuno ha sostenuto che occorrerà una manovra nel 2017, quindi esiste anche un problema di sostenibilità economica. E naturalmente le politiche nazionalistiche potrebbero rappresentare un ostacolo se l’Europa non si sforzerà di rendere più incisiva la propria identità in tema di politiche migratorie, e ciò significa trovare un accordo sulle quote dei migranti, dato che alcuni paesi non hanno assolutamente mantenuto i patti (il caso dell’Ungheria è uno dei più eclatanti).

Il presidente del Censis Giuseppe De Rita a conclusione dei lavori ha invece sottolineato l’importante percorso compiuto in questi anni dal nostro Paese in materia d’immigrazione: “Lo sforzo che il prefetto Mario Morcone e che misteri responsabili stanno facendo ha dato risultati. Ora occorre portare questa esperienza a valutazione di sistema. Non tutte le responsabilità istituzionali hanno risposto. La famiglia è in grado di affrontare questo problema? Ha i mezzi culturali prima che economici? Probabilmente no, lo stesso la scuola, l’Università e i Comuni che devono fare programmazione sociale. Nella “dimensione italiana” il gap maggiore è collocato nel rapporto tra potere e società, nell’intercapedine in cui le istituzioni intervengono a fare da collante. Dobbiamo superare questa impasse e potenziare al massimo le comunità applicando un sistema oggettivo di valutazione delle buone pratiche che vanno portate a valutazione di sistema. Solo allora – gettando un ponte tra memoria delle cose ben fatte e futuro da costruire – potremo fare quel salto di civiltà verso una nuova dimensione della cittadinanza globale.”

di EJF