REFERENDUM: “DAY AFTER”

La scadenza referendaria evoca, ormai, nell’immaginario mediatico e collettivo, la sensazione di una porta verso l’ignoto. Il 5 dicembre, il “day after”, sorgerà inevitabilmente il sole, come si è detto ironicamente, ma nulla sarà più come prima. L’incanto di questa sospensione si spegnerà improvvisamente e si aprirà, comunque vada, una fase nuova nella politica nazionale. Se vincerà il SI’, avremo, oltre ad una costituzione diversa, un premier e un governo più sicuri e determinati e un Pd rafforzato nei confronti dei supporters esterni, stabili o intermittenti. E, soprattutto, più forti apparirebbero i “renziani”, nei confronti della sinistra interna al PD. L’area maggioritaria potrebbe sentirsi tentata al ricorso anticipato alle urne, per capitalizzare la vittoria, in termini di consenso elettorale. Questo non dipende, naturalmente, dall’iniziativa del PD, però il partito di maggioranza, con le proprie scelte, potrebbe sempre concorrere a una deriva orientata in quella direzione. Per il centrodestra di opposizione, la vittoria del SI’ sarebbe un’ulteriore sconfitta, nel corso di un decennio decisamente sfavorevole, iniziato con il siluramento e la resa del quarto governo Berlusconi, nell’autunno di cinque anni fa. E se si avvicinassero le elezioni, potrebbe arrivare alle stesse ancora più debole, con una compagine piuttosto divisa, date le distanze sempre più nette tra le estreme di Meloni e Salvini e la nuova iniziativa tendenzialmente centrista di Stefano Parisi, di cui il movimento di Fitto dovrebbe essere naturale interlocutore e alleato. Anche per il Movimento 5 Stelle, che si è fortemente esposto per il No, l’approvazione popolare della riforma costituirebbe uno smacco, ma non così grave, a mio giudizio, da comprometterne sensibilmente l’ampio consenso di cui tuttora gode nel Paese e le prospettive di crescita. Per tali ragioni, forse, non risulterebbe utile e prudente, per il PD, puntare sulle elezioni anticipate. Il Paese sconta ancora il suo deficit di crescita e le condizioni finanziarie sono ritenute tuttora critiche, si rivela, comunque, necessaria una fase di stabilità e di governabilità incisiva ed efficace e, in caso di vittoria del SI’, Renzi si troverebbe in una condizione di forza, rispetto agli alleati, ai dissidenti interni del PD e alle opposizioni. Dovrebbe, a mio giudizio, cogliere l’occasione favorevole, nell’interesse del Paese – a prescindere da quello di parte – e continuare a governare fino alla scadenza naturale della legislatura (2018). E la legge elettorale ? Anche in caso di vittoria del SI’ credo che Renzi debba onorare gli impegni assunti e favorire la modifica dell’Italicum, la legge ora vigente per l’elezione della Camera dei Deputati. Soprattutto sotto due profili, la rimozione del secondo turno di ballottaggio e l’introduzione del premio di coalizione. La prima per evitare che, soprattutto in caso di eccessiva frammentazione dell’elettorato e delle forze politiche, una di queste, anche con una percentuale piuttosto contenuta al primo turno (per ipotesi, il 20%, o anche meno), possa ottenere, vincendo al ballottaggio, la maggioranza assoluta, con margini ampi, in quella Camera dei Deputati che, prevalendo il SI’, sarebbe la sola a votare la fiducia al governo. Quanto al premio di coalizione, esso incentiverebbe la formazione di alleanze che consentirebbero la semplificazione del sistema politico, federando le forze di analoga ispirazione. Le coalizioni sarebbero più favorite, rispetto ai singoli partiti, ai fini del raggiungimento del quorum necessario per l’assegnazione del premio. Una coalizione che risultasse vittoriosa, con la sua dialettica interna e con la sua pluralità di posizioni – che non deve però diventare eccessivo particolarismo e litigiosità permanente – potrebbe più facilmente placare quelle preoccupazioni sull’ “uomo solo al comando” e sulla deriva oligarchica che tanto allarme hanno suscitato in molti fautori del NO alla riforma costituzionale.
Le coalizioni sembrano peraltro più congeniali alla storia e alla tradizione parlamentare italiana, se la analizziamo nelle sue diverse stagioni e, in genere, hanno consentito esperienze di governo qualitativamente migliori.
Diverso apparirà, necessariamente, lo scenario, in caso di vittoria del NO: il premier Renzi ha legato il proprio destino politico all’approvazione della riforma, non identificandosi nella figura di un uomo per tutte le stagioni, ma le condizioni storiche contingenti possono indurre uomini e partiti a rivedere, in determinate circostanze, talune, pur solenni, dichiarazioni di intenti. Non è esclusa, dunque, la possibilità che resti al suo posto, disponendo comunque di una maggioranza – che probabilmente non lo abbandonerà, almeno nell’immediato – e non ravvisandosi, allo stato, una facile successione, né una ipotetica coalizione alternativa. Un ruolo essenziale sarà probabilmente rivestito dalle scelte del Presidente della Repubblica, Mattarella, che, in caso di dimissioni del premier, potrebbe inviarlo di nuovo alle camere per verificarne la fiducia, che, con tutta probabilità, verrebbe confermata. Sempre ipotizzando lo scenario della vittoria del NO, un’altra opzione – ricorrendone le condizioni, sotto il profilo della legittimità costituzionale – potrebbe essere quella delle elezioni anticipate. Ma a chi gioverebbero ? Non a Renzi, che per ammortizzare l’insuccesso referendario dovrebbe disporre di un tempo maggiore ( e quindi potrebbe auspicare il voto a scadenza naturale, nel 2018 ), non ad Alfano e agli altri alleati, ormai legati, nell’immaginario collettivo, alle sorti del premier e del suo governo, forse nemmeno alla sinistra del PD, anch’essa interessata, al di là dei contrasti con il segretario-premier, ad un successo elettorale del proprio partito che, a quel punto, il voto anticipato renderebbe più difficile.
Alle urne subito, in caso di vittoria del NO, vorrebbe andare, invece, 5 Stelle e, preferibilmente, senza modificare la legge elettorale (Italicum) che assegna il premio di maggioranza al primo partito e non alle coalizioni. Non converrebbe invece a Berlusconi e al centrodestra. Nelle condizioni in cui versa quest’area politica, divisa e incerta nelle strategie, un voto imminente non gioverebbe, soprattutto se non fosse modificata prima la legge elettorale che, restando come è ora, potrebbe premiare Grillo, che non è disponibile a coalizioni. E per Berlusconi, che, allo stato, sembra il meno favorito dei tre, l’ipotesi di una vittoria dei 5 Stelle è certamente meno gradita di quella del PD. Si richiamano poi le ragioni già menzionate – quando si è ipotizzato lo scenario conseguente a una vittoria del SI’ – per ribadire la perplessità nei confronti dell’opzione elezioni anticipate, considerando l’interesse generale del Paese.
La priorità, a mio giudizio, qualunque sia l’esito del referendum, deve essere assegnata alla riforma della legge elettorale, per poi votare a scadenza naturale. Per quanto riguarda la Camera, con i correttivi indicati (premio di coalizione, eliminazione del secondo turno di ballottaggio), per le ragioni suesposte. Riguardo al Senato, la nuova legge elettorale sarà naturalmente condizionata dall’esito del referendum costituzionale. Se si rivelerà prevalente il SI’, dovrà essere regolata l’elezione dei senatori in seno ai consigli regionali, con criteri che tengano tuttavia conto di un’indicazione popolare, secondo l’impegno che è stato assunto, in questa direzione, dai promotori della riforma costituzionale. Se vincerà il NO, resterà il vecchio Senato elettivo, almeno fino a quando non verrà adottata una nuova riforma del bicameralismo, difficilmente realizzabile prima delle elezioni politiche del 2018. Attualmente, per il Senato, la legge elettorale vigente è il Consultellum, ossia la risultante della “mutilazione” inflitta dalla Corte Costituzionale (la Consulta, appunto) alla vecchia legge Calderoli (l.270/2005), bocciandone liste bloccate e premio di maggioranza regionale, che avrebbero integrato profili di incostituzionalità. Quindi, ciò che rimane, è un sistema proporzionale con preferenze e quorum di sbarramento. Molto diverso, però, dall’Italicum – che prevede il premio di maggioranza – vigente per la Camera. Quindi i due sistemi potrebbero produrre rapporti di forza del tutto diversi all’interno delle due camere. Una vittoria del NO indurrebbe, pertanto, una laboriosa riflessione anche su questo tema, concorrendo forse ad allontanare lo spettro di elezioni troppo ravvicinate.

di Alessandro Forlani