NUOVI EQUILIBRI POLITICI PER L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE DEL PARLAMENTO EUROPEO

Elaborazione Immagine di Carla Morselli
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Era dal 1979 che un italiano non sedeva nel seggio più alto del Parlamento europeo, ma da allora molte cose sono cambiate sotto il cielo a dodici stelle. In primis Emilio Colombo allora fu l’ultimo presidente di un parlamento non eletto direttamente. La caduta del muro di Berlino ha ridisegnato gli equilibri geopolitici mondiali e durante questi quasi quarant’anni alcuni nostri compatrioti hanno tentato senza successo di divenire il Presidente dell’unico organo comunitario composto da rappresentanti scelti direttamente dai cittadini europei. Perciò stupisce lo scarso risalto dato dai media italiani all’elezione fino al 2019 di un uomo con lunga esperienza nelle istituzioni di Bruxelles come Antonio Tajani (PPE/FI) a nuovo Presidente del Parlamento europeo. Tanto più che il ballottaggio finale per questo prestigioso incarico ha visto lo scontro con un altro nostro connazionale, Gianni Pittella (PSE/PD), e avrà probabili conseguenze sull’equilibrio dell’intero assetto istituzionale dell’Unione Europea, se non anche oltre. Ma partiamo dall’inizio.
Dopo le elezioni europee del 2014 si era giunti al tradizionale accordo tra i principali gruppi del Parlamento europeo (PPE – Partito Popolare Europeo, PSE – Partito del Socialismo Europeo e ALDE – Alleanza dei Liberali e Democratici europei) di eleggere Martin Schulz (PSE) Presidente per la prima metà della legislatura per poi designare congiuntamente un esponente del PPE per la seconda parte. Questo tipo di accordo ormai era divenuta una consuetudine negli ultimi anni tra le forze tradizionalmente europeiste, anche come tentativo di arginare la emergente onda antieuropeista. Su questa base si era anche andata a formare la maggioranza che ha sostenuto l’elezione per cinque anni di Jean-Claude Juncker (PPE) alla guida della Commissione europea.
Tale accordo di “Grosse Koalition” in salsa europea è storicamente antesignana di numerose larghe intese che reggono vari governi nazionali, ma è terminata proprio con il ballottaggio dello scorso 17 gennaio. Infatti la pressione dovuta alla crescita delle forze populiste ed euroscettiche un po’ ovunque ha spinto il PSE a denunciare la presenza di soli esponenti del PPE ai vertici delle tre massime istituzioni comunitarie (vi è anche Donald Tusk al Consiglio europeo) ed avocare a se la presidenza dell’unico organo che andava al rinnovo. La scelta di Schulz di non ricandidarsi in quanto ormai proiettato nelle prossime elezioni tedesche e la volontà del PSE di rimarcare l’esigenza di un rilancio di un’Europa sociale e della crescita ha fatto si di designare il proprio capo gruppo Gianni Pittella come contendente del candidato PPE con maggiore esperienza comunitaria, Antonio Tajani, ex vice presidente della Commissione europea.
Anche l’ALDE ha provato a giocare un ruolo in questo rottura tra i due più grandi gruppi, dapprima presentando la candidatura del proprio leader Guy Verhofstadt, seguendo il più classico dei detti “tra i due litiganti, il terzo gode” e poi tentando di irrobustire i numeri del suo gruppo con l’apertura all’adesione del movimento di Beppe Grillo, poi naufragato in poche ore per resistenze all’interno dello stesso gruppo. Infine ha scelto di appoggiare il candidato favorito, rivelandosi decisivo per l’elezione di Tajani, insieme ai Conservatori inglesi.
Dunque si è andato a creare un inedito tripolarismo a livello europeo: una maggioranza conservatrice-liberale in continuità con l’Europa esistente; una alleanza tra le forze progressiste europee quali PSE, verdi e la sinistra europea in parte ex comunista; una area euroscettica e populista, unita dal modello della Brexit, ma ancora divisa tra loro. Questa rivoluzione avrà inevitabilmente degli effetti negli equilibri politici comunitari, a partire dalla Commissione europea, ma potrebbe essere anche antesignana di alcuni fenomeni analoghi anche in alcuni paesi membri che a breve svolgeranno le proprie elezioni nazionali.
Letta in questa ottica si può meglio apprezzare la rilevanza politica dell’elezione di Antonio Tajani non solo per il nostro Paese, andando ben oltre al colore campanilistico di alcune note che evidenziano la presenza unicamente di romani tra gli italiani ai vertici delle istituzioni comunitarie (Mario Draghi, Federica Mogherini e appunto Tajani). Le forze politiche e i media nostrani dovrebbero essere in grado di cogliere e analizzare questo forte cambiamento in atto, anche per essere pronti a incentivare qualsiasi segnale che possa migliorare la politica di Bruxelles.

di Paolo Acunzo