La Consulta azzoppa l’Italicum: “Ballottaggio incostituzionale”

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La Consulta azzoppa l’Italicum: “Ballottaggio incostituzionale”

Salvo il premio di maggioranza alla lista che supera il 40%. “Legge subito applicabile”. Alla Camera si torna al proporzionale con soglia di sbarramento al tre per cento

La bocciatura è netta, perché l’Italicum di Matteo Renzi si basava su un principio, quello del premio di maggioranza dopo un ballottaggio, mutuato dalle elezioni dei sindaci, e quel principio la Corte costituzionale lo ha cassato. Resta in vita un premio di maggioranza, ma l’asticella è talmente alta, il 40% dei voti alla lista, che di fatto è una possibilità solo teorica. E quindi siamo di fronte a un gran ritorno al proporzionale che non è la logica dell’Italicum che fu.

Peraltro questo esito era abbastanza chiaro già all’indomani del referendum del 4 dicembre, che ha sancito la sopravvivenza del Senato. Dopo quel voto, il quadro istituzionale è cambiato, o meglio è rimasto quello antico, e il ballottaggio previsto dall’Italicum, con quel pendere secco della bilancia in un senso o nell’altro, era ormai superato.

No al secondo turno
Addio ballottaggio, insomma. Sembra che dentro la Corte non vi fosse dubbio alcuno su questa scelta. Semmai hanno discusso su come motivarlo: se per la difformità tra Camera e Senato, oppure perché il premio di maggioranza avrebbe potuto inondare di seggi anche un partito che avesse avuto il 34% dei voti.

E addio prevalenza del principio di governabilità. Il che, peraltro, non dispiace affatto ai partiti. Di fronte alla tripartizione della politica, infatti, il ritorno alle mediazioni in Parlamento e ai governi di coalizione è considerato un male minore.
Anche la seconda decisione della Corte costituzionale, quella sulle pluricandidature che sopravvivono ma saranno soggette a un sorteggio, e si toglie così il diritto di scelta all’eletto, in fondo è una decisione che non turba i capipartito. Anzi. In questo modo sarà molto più facile approntare le liste, potendo garantire un certo numero di capilista bloccati, e dietro tanti candidati scatenati ad accaparrarsi il voto per arrivare primi tra i non eletti.

Ci sono voluti quasi due giorni di discussione dentro la Corte costituzionale per arrivare a questa decisione, la più attesa dal Parlamento. Bocciatura o no, un minuto dopo il comunicato della Consulta si scatenava la bagarre tra chi ritiene a questo punto che non ci sia più alcun ostacolo per andare al voto e chi invece si aggrappa alla necessità di«omogeneizzare» i sistemi elettorali di Camera e Senato come era auspicio del Presidente della Repubblica. Grillo esulta: «Habemus Legalicum. Ora puntiamo a 40% senza alleati». E Matteo Salvini: «Calendario alla mano, il 23 aprile penso possa essere una bella giornata di liberazione nazionale». Anche i renziani sono partiti alla carica. Di contro, Pierluigi Bersani frena: «Quando si dice di andare a votare, bisogna anche guardarsi un attimo intorno. Abbiamo qualche problemino…».

Da oggi, comunque, anche la Camera, come il Senato, ha il suo «Consultellum», nel senso che entrambe le leggi elettorali sono state emendate dai giudici costituzionali e pur nelle loro diversità – per dire: alla Camera c’è una soglia di sbarramento bassa, al Senato è altissima – e si potrebbe votare anche subito.

Larga maggioranza
«All’esito della sentenza, la legge elettorale è suscettibile di immediata applicazione», si può leggere sul comunicato diramato dalla Corte costituzionale. Potevano anche non scriverlo perché l’autoapplicazione è implicita, ma per essere ancora più chiari hanno voluto rimarcarla nero su bianco.

Da quanto si sa, i giudici costituzionali non hanno mai avuto nemmeno bisogno di votare tra loro sui singoli punti. Si sono create spontaneamente ampie maggioranze sia sui punti da dichiarare incostituzionali, sia sul rigetto di diverse questioni. È stata respinta a larga maggioranza, ad esempio, la questione di costituzionalità sul voto di fiducia, se una legge elettorale fosse o non fosse legittima in questo caso. L’iter è corretto.

Su un punto solo la discussione si è accesa, causando un notevole allungamento dei tempi: sulle pluricandidature. Pare che il relatore Nicolò Zanon avesse portato all’attenzione dei colleghi un ventaglio di ipotesi. E qui i pareri si sono divaricati. Il fatto stesso che ci fossero diverse opzioni ha creato più partiti dentro la camera di consiglio. E alla fine, visto che nessuna tesi prevaleva sulle altre, alla Corte non è restato che planare sull’esistente.

La legge del 1957 già prevedeva il meccanismo bizzarro del sorteggio qualora un eletto in più collegi non avesse esercitato il diritto di opzione, e non si ricorda alcun caso di mancata opzione. Sempre nell’ambito dei partiti si è provveduto a scegliere chi salvare e chi no, tra i primi dei non-eletti. Lavorando di cesello, togliendo qua e lasciando là, la sentenza di ieri ha riportato in auge il sorteggio, considerandolo il principio meno lesivo della Costituzione.

dal sito www.lastampa.it