LA CULTURA DELLA MIGRAZIONE
INTERVISTA AD ALESSANDRO MARRONE – IAI

Opera di Vladimir Kush
                         Opera di Vladimir Kush

Alessandro Marrone è responsabile di ricerca nel Programma Sicurezza e Difesa dello IAI (Istituto Affari Internazionali), con cui ha iniziato Alessandro marrone_0 - www-iai-ita collaborare nel 2007. Ha coordinato e coordina progetti di ricerca per l’Agenzia europea di difesa, la Nato e l’Unione europea. Attualmente lavora su progetti e pubblicazioni collegati a vario titolo alla sicurezza europea e transatlantica e alla politica di difesa italiana. Insegna inoltre Studi strategici nel Corso di laurea magistrale in Relazioni internazionali del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Perugia. Giornalista pubblicista, è membro del comitato editoriale di AffarInternazionali e collabora con diversi magazine e webmagazine italiani, tra cui Rivista Italiana Difesa e Airpress.


Secondo lei perché l’Europa non ha ancora trovato un accordo con gli Stati protagonisti di un’emigrazione massiva per regolamentarla?

“Da un lato, nel caso degli Stati di transito come la Turchia, un accordo è stato trovato; mentre per quanto riguarda gli Stati d’origine dei migranti, in alcuni casi non esiste uno “Stato” come ad esempio in Siria, quindi non si può trovare un accordo per rimpatriare i migranti in una zona di guerra civile, e la stessa cosa accade in Yemen e per certi versi in Somalia. Nel caso di altri Stati, principalmente in Africa subsahariana, si tratta di Stati hanno una convenienza nel fatto che la loro popolazione (in sovrannumero e disoccupata) vada all’estero perché per loro è un problema in meno ed una fonte di reddito per il Paese grazie alle rimesse degli emigranti. Questa è una dinamica accaduta anche all’Italia negli anni della prima metà del ‘900, però un approccio coordinato dei paesi membri dell’Unione Europea e delle istituzioni UE con incentivi e disincentivi verso i paesi di transito e i paesi di provenienza potrebbe evitare di smaltire il problema sulle isole greche o a Lampedusa.”

Le potenze europee stanno lavorando attivamente per una politica di integrazione e di accoglienza o in molti casi ci si ferma ad un’ospitalità d’emergenza?
“Le politiche d’integrazione e d’accoglienza sono sostanzialmente prerogativa nazionale, non dell’Unione Europea, alla quale non si può dare né la colpa né il merito. In alcuni paesi di questo si occupa addirittura la politica regionale, quindi la questione varia molto da Stato a Stato. Chiaro è che paesi più ricchi, più stabili e con un territorio che permette una maggiore urbanizzazione – penso alla Scandinavia, alla Svezia e alla Germania – si trovano in condizioni migliori di paesi come l’Italia, più antropizzati, con un’economia sostanzialmente in stagnazione, o che escono dalla recessione ed hanno una timida ripresa e che quindi hanno meno da offrire in termini d’integrazione. Sicuramente serve un cambio di mentalità, da parte dell’Italia e di altri Paesi: la logica non è ospitare i rifugiati in alberghi o in strutture ricettive con lo Stato che ne paga il prezzo, ma è accelerare l’identificazione e il rimpatrio di una parte di immigrati mentre, per chi effettivamente ha diritto all’asilo, trasformare i rifugiati in lavoratori, membri della comunità, parte attiva della società, affinché si stabiliscano e contribuiscano alla crescita economica e sociale del Paese.”

Angela Merkel è l’unico e l’ultimo vero leader europeo? Ora che il suo mandato sta per finire, che scenario si prospetta per l’Europa?
“Non credo sia l’ultimo leader perché la società europea dispone di un elettorato e di una classe dirigente fucina di leader. Non sono d’accordo con questo pessimismo. Molto probabilmente Angela Merkel guiderà il prossimo governo tedesco, da sola come sede UE o in coalizione con altre forze progressiste. Il punto interrogativo è sulle elezioni presidenziali francesi, con il rischio che vada all’Eliseo il Fronte Nazionale di Marine Le Pen, però onestamente io ridimensionerei la polemica contro il populismo. Nella società europea nazionale e continentale esistono delle “stanze legittime” che devono trovare una risposta in termini di sicurezza, integrazione degli immigrati, gestione dei flussi migratori, crescita economica, e queste risposte possono venire dalla destra, dalla sinistra, da partiti tradizionali o da movimenti nuovi. C’è una dinamica politica in corso e non siamo in una dialettica tra o “i vecchi leader” o “la fine del mondo”.

di Elisa Josefina Fattori