SUGGESTIONI AMERICANE

Elaborazione Immagine di Carla Morselli
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Il 20 gennaio scorso, con l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, si è aperta una nuova fase della storia americana, con inevitabili ripercussioni a livello globale. Una successione segnata da clamorose proteste nel Paese e da una particolare apprensione, perché il fenomeno Trump evidenzia una discontinuità più marcata, rispetto ai precedenti avvicendamenti alla presidenza.
Emblematiche le tensioni tra l’amministrazione Obama e il neoeletto, a pochi giorni dall’insediamento : il mancato veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla risoluzione inerente alle colonie israeliane – decisione peraltro assolutamente condivisibile, a mio giudizio -, accuse di hackeraggio e conseguente espulsione di 35 diplomatici russi; l’atteggiamento di Obama sembrava quasi preannunciare un intento di ferma opposizione nei confronti del successore, o, comunque, di “fiato sul collo”, secondo un’efficace immagine usata da Massimo Gaggi, sul Corriere della Sera del 20 gennaio u.s. Anche nei confronti di posizioni consolidate di quello che è pur sempre il suo partito, quello repubblicano, maggioritario nel Congresso, Trump sembra differenziarsi (assicurazione sanitaria, riforma fiscale, libero scambio, interventismo nelle aree internazionali di crisi). Trump appare, in realtà, una sorta di “marziano” estraneo alla politica professionista, un “diverso” rispetto alle élites rappresentative dei due maggiori partiti, per i suoi dichiarati intenti di discontinuità, tanto in politica interna, quanto sui temi internazionali. Sotto quest’ultimo profilo, si registrano, in particolare, sensibili frizioni verso l’establishment tradizionale: la distensione con la Russia di Putin, gli intenti protezionistici nei confronti della Cina, l’auspicato recesso dai grandi trattati di libero scambio, l’apparente indifferenza verso il conflitto ucraino, lo scetticismo su Nato e Ue, elogiando addirittura Brexit, invertono decisamente la rotta, rispetto alla precedente amministrazione e anche a quella di Bush jr., che aveva chiuso il suo mandato, evidenziando una crescente tensione nei confronti di Mosca, a seguito della crisi georgiana del 2008. Come se non bastasse, si colgono, negli enunciati di Trump, anche cenni alla riconsiderazione di due obiettivi successi di politica estera del suo predecessore, l’accordo sul nucleare con l’Iran e la riapertura, dopo oltre mezzo secolo, delle relazioni diplomatiche con Cuba. Insomma, una successione tormentata e inquieta, che modifica profondamente equilibri e scenari. Inconsueta, a mia memoria, nella storia degli Stati Uniti.
La candidatura Trump si è rivelata, peraltro, fin dagli inizi, atipica e fuori dagli schemi, profilando svolte radicali e travolgendo ogni formula del “politically correct”. Le polemiche sui migranti clandestini, la proposta di estensione del Muro alla frontiera con il Messico, una certa vocazione isolazionista che preoccupa gli stessi repubblicani, le posizioni sul clima; ma, soprattutto nella politica economica, il messaggio del tycoon newyorkese esercitava un incredibile appeal, come poi si è visto, sulla classe media e operaia, sulla provincia “profonda”, sulle fascie di malcontento investite dagli effetti della crisi finanziaria e risentite nei confronti di una classe politica apparsa troppo indulgente, se non connivente, con un’alta finanza ritenuta responsabile della recessione economica e produttiva degli anni scorsi. La suggestione del “make America great again !” e la rabbia per l’impoverimento dell’americano medio, l’aumento delle diseguaglianze sociali e la perdita di posti di lavoro sul territorio nazionale sono alla base del consenso riscosso da Trump che rappresenta anche un No alle guerre di Bush e ai costi che hanno comportato, soprattutto in termini di vite di giovani americani.
Si apre ora una fase, in concreto, tutta da scoprire e densa di incognite. Il governo di un grande paese, con adeguati condizionamenti e contrappesi, con le sue radicate consuetudini istituzionali, è un impegno ben diverso dalla propaganda elettorale. Nei pochi giorni intercorsi dall’inizio del mandato, Trump ha già mostrato la volontà di confermare alcune delle sue promesse, avviando la revisione dell’Obamacare, la riforma sanitaria voluta dal suo predecessore – esprimendo tuttavia l’intento di garantire agli indigenti l’assicurazione gratuita – e il recesso dal trattato di libero scambio transpacifico, per ribadire i suoi orientamenti protezionistici. E ha confermato l’estensione del Muro alla frontiera con il Messico.
Con trepidazione si attendono le nuove scelte e iniziative di politica estera: nella ricostituzione del quadro politico in Siria, nella lotta al terrorismo, nel conflitto arabo-israeliano, nel rapporto con il regime turco, ancora formalmente un alleato, ma sempre più ambiguo ed autoritario . E la stessa distensione perseguita nei confronti di Putin, soprattutto ai fini di un fronte comune contro il terrorismo jihadista, migliorerà lo scenario tormentato del Medio Oriente ? E’ quello che speriamo, naturalmente. Il rigurgito di Guerra Fredda di questi anni deve ritenersi, a mio giudizio, controproducente, ma un’intesa con Putin non deve comportare una condizione di marginalità per l’Europa, che, in questa prospettiva di distensione, deve integrarsi a pieno titolo, confermando l’amicizia transatlantica, rivelatasi fondamentale per la garanzia di settant’anni di pace nella parte occidentale del Vecchio Continente e la partnership per la pace (con la Russia), necessaria per evitare alla Russia stessa la sindrome di accerchiamento. Su questi temi viene ipotizzato da alcuni tra i più attenti osservatori, un approccio pragmatico da parte di Trump, più attento alle nazioni che alle istituzioni multilaterali e comunitarie, privo di pregiudiziali e sovrastrutture artificiose, teso ad affrontare con realismo i singoli dossier, individuando, volta per volta, il prioritario interesse del Paese (America First !) e adeguandovi le decisioni. Bisogna vedere poi se funziona…. Inoltre l’Unione Europea, così come la Nato, sono ormai entità consolidate, con una loro funzione negli equilibri internazionali, non si può fingere che non esistano e non sarebbe facile tornare indietro. Riguardo all’UE, è tuttavia opinione comune che la sua funzionalità e sovranità debbano essere potenziate, conferendole autosufficienza difensiva e una politica estera unitaria. E, soprattutto, realizzando quella solidarietà interna, quel comune sentire che le consentano di evolversi verso un modello più simile a una grande nazione o federazione. In questo senso, la maggiore attenzione di Trump alle nazioni (“se devo parlare con l’Europa, a chi telefono ?” è il famoso quesito attribuito a Henry Kissinger) e la scarsa considerazione per l’Unione come si profila oggi, potrebbero costituire ora per noi europei – europeisti un nuovo incentivo.

Immagine dal sito www.metronews.it

di Alessandro Forlani