Frode fiscale, la Cassazione disegna il confine

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Frode fiscale, la Cassazione disegna il confine

La Corte di Cassazione circoscrive il perimetro della punibilità per frode fiscale: il commercialista non può essere sospeso dall’esercizio della professione qualora le fatture false siano state predisposte dopo la dichiarazione e quindi il consulente non si sia ancora avvalso dei costi fittizi per detrarre le imposte dirette.
E’ quanto affermato dalla Corte di Cassazione che, con la sentenza n.7941 del 20 febbraio 2017, ha accolto il ricorso di un consulente fiscale. In poche parole, ad avviso della terza sezione penale, il professionista non è punibile per la sola emissione dei documenti che attestano i costi fittizi ma è necessario che se ne sia già avvalso nella dichiarazione dei redditi, infatti, la struttura della frode dice il Collegio di legittimità, presuppone che l’agente al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, indichi in una delle dichiarazioni annuali relative alle dette imposte elementi passivi fittizi avvalendosi di fatture o altri documenti concernenti operazioni inesistenti.

                                                                                                                                                                                                     Ndr

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