Il “Washington Post”: Trump liberticida Ma il popolo è con lui

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Il giornale aggiunge uno slogan alla testata: «La democrazia muore nell’oscurità»

L’anti-trumpismo sta diventando una forma d’isteria collettiva, locale (negli Stati Uniti) e mondiale, specialmente in Europa.
Non che manchino elementi per criticare il quarantacinquesimo Presidente americano, la sua fretta, la sua imprudente aggressività, ma l’isteria che Donald Trump suscita va molto oltre la misura dei fatti reali e crea l’illusione di una «fabbricazione», come si dice nel linguaggio dell’intelligence quando ci si riferisce a fondali costruiti con effetti speciali o invenzioni, che sostituiscono in blocco la realtà. Giornali come il Washington Post (cui spetta di rigore l’aggettivo «autorevole») sono ormai lanciati in una frenetica crociata che accompagna e alimenta le manifestazioni di piazza che negano il valore del voto democraticamente espresso, ripetendo lo slogan «He is not my President», costui non è il mio Presidente. Poco importa se i sondaggi confermano che Trump gode della fiducia della maggioranza degli americani con un 53 per cento: questo dato oggettivo non modifica l’atteggiamento del Washington Post che ieri ha decorato la sua storica testata con lo slogan «la democrazia muore nell’oscurità». Questa percezione da camera ardente è attribuita al vecchio Bob Woodward, uno dei due cronisti dello scandalo Watergate che costrinsero il presidente Richard Nixon alle dimissioni. I giornali di sinistra, a cominciare dal New York Times, hanno istituito speciali gruppi di cronisti che dedicano la loro vita ad analizzare ogni parola di Trump e ogni fatto che possa diventare un capo d’accusa per il Presidente. Ieri è giunta la notizia del suicidio al confine con il Messico di un deportato che si è gettato dal cavalcavia, fatto che ha fornito nuova benzina per il fuoco contro i provvedimenti di Trump che riguardano soltanto gli illegali pregiudicati. Nel frattempo ieri sera il ministro degli Esteri messicano ha annunciato che il suo Paese «non accetterà le decisioni americane sull’immigrazione» che però non riguardano milioni di illegali senza precedenti penali.

Trump ha dichiarato guerra alla stampa nemica definendola «un fottuto plotone d’esecuzione». La sua guerra era cominciata il giorno stesso del suo giuramento, quando si accorse che la folla radunata sotto la Casa Bianca appariva sui giornali stranamente diradata rispetto alle immagini trasmesse in diretta. Quelle immagini, secondo Trump taroccate, costituirono la prima prova d’accusa, specialmente dal New York Times, di essere un usurpatore, ignorato e detestato dal popolo che, pure, l’aveva votato ed eletto.

Ieri sera alle sette ora italiana, il Press Secretary Sean Spicer chiariva nel suo incontro settimanale con la stampa che coloro che fanno parte dello staff politico di Trump non sono impiegati, ma persone che devono condividere politicamente le decisioni del Presidente. Spicer indossa cravatte con un nodo enorme e negligente, ma è bravissimo nel presentare con molta calma le idee di Donald Trump. Il corpo dei giornalisti accreditati alla Casa Bianca si comportava ieri sera in un modo rispettoso e istituzionale che non corrispondeva al tenore furioso degli articoli. Un giornalista ha chiesto se Trump creda davvero che la rabbia popolare sia un’invenzione dei media e Spicer ha risposto che la rabbia è alimentata da false accuse, come nel caso dell’Obama Care, ripetendo che fra due settimane Trump formulerà il suo piano sanitario. A proposito della faccenda dei bagni aperti al «sesso immaginario» delle pretese diverse identità, Spicer ha ripetuto che la Casa Bianca è impegnata a far rispettare la legge tradizionale, basata sulla divisione dei sessi secondo natura. Nulla per ora lascia immaginare che la posizione del Presidente sia oggi debole, come la stampa del «fottuto plotone d’esecuzione» vorrebbe invece far credere.

dal sito www.ilgiornale.it