EUROPA «À LA CARTE»

Elaborazione Immagine di Carla Morselli
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Sabato 25 marzo si è celebrato a Roma il 60° anniversario della firma dei Trattati istitutivi della CEE e dell’Euratom, che, insieme al Trattato istitutivo della CECA (concluso a Parigi nel 1951 e ormai estinto), rappresentano le origini del progetto di fondazione dell’odierna Unione europea. Tra le dichiarazioni di prammatica e le immancabili proteste di euroscettici e gruppi antagonisti, poca attenzione è stata riservata al «Libro bianco sul futuro dell’Europa», un documento elaborato dalla Commissione e presentato a Bruxelles il 1° marzo scorso, nel quale sono illustrati cinque diversi scenari che potranno caratterizzare lo sviluppo del processo di integrazione europea da qui al 2025.
Diciamo subito che nessuno di questi scenari è particolarmente attraente o privo di rischi, e nemmeno così lineare da consentirci di essere ragionevolmente fiduciosi sul fatto che la soluzione ai problemi europei sia a portata di mano: si va, infatti, dall’«avanti così» – che vuol dire continuare a fingere di essere già nella migliore Europa possibile – al «fare meno ma meglio», cioè concentrare gli sforzi della cooperazione sovranazionale in un ristretto numero di settori; dall’«avanti tutta» verso un’Europa federale, all’«indietro tutta» del ritorno all’Europa mercantile.
Il Libro bianco riprende, infine, l’idea dell’Europa à la carte, o a più velocità, già emersa negli anni settanta e periodicamente rispolverata, al punto da essere codificata nei trattati europei tramite il meccanismo delle cd. «cooperazioni rafforzate», che consentono ad alcuni Stati membri più “intraprendenti” di avviare tra di loro forme di regolazione in settori diversi, a eccezione da quelli già attribuiti alla competenza esclusiva dell’Unione.
A ben vedere, l’Unione europea somiglia già oggi a un ristorante con tanti menù differenti: la specialità della casa – che a noi purtroppo è rimasta un po’ indigesta – è la moneta unica, accettata da 18 Paesi su 27, ma possiamo citare il Trattato di Schengen, originariamente concluso (siamo nel 1990) tra Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Germania Ovest e Francia, e attualmente estraneo a Bulgaria, Cipro, Croazia, Irlanda e Romania (oltre al Regno Unito), ma al tempo stesso recepito da tre Stati non membri dell’UE (Norvegia, Svizzera e Islanda) o al brevetto europeo, per lungo tempo osteggiato anche dal nostro Paese.
Nell’Europa à la carte chi vorrà, farà (di più), mentre chi non vorrà, rimarrà a guardare. A patto, però, che non lucri sul lavoro fatto da chi è (o sarà) più avanti, perché altrimenti questo assetto a “geometria variabile” si trasformerà in un caos. In fin dei conti, la Brexit, formalizzata ai sensi dell’articolo 50 del TUE proprio in queste ore, può essere considerata il primo esempio di «disimpegno rafforzato» (che molti politici, furbescamente, vorrebbero imitare): separiamoci, ma restiamo amici e collaboriamo su tutto ciò che ci conviene, e nei modi che più ci aggradano. Può funzionare? Al netto del tradimento politico e morale perpetrato a danno della stessa idea di Europa, direi che non sarà facile. Ad ogni modo, funzionerà solo se entrambi i separati potranno, e sapranno, trarre vantaggio dalla nuova situazione.
Un ultimo caveat: culturalmente, l’Europa a più velocità, sempre ammesso che si realizzi, è figlia dell’etica protestante, non di quella cattolica, che, invece, nel 2004 – guarda caso sotto la Commissione presieduta da Romano Prodi – ha prodotto il più grande “allargamento” a nuovi Stati, ben 10, che l’Unione europea abbia mai conosciuto finora. Una scelta alla quale si imputa, un po’ sbrigativamente, buona parte della responsabilità per l’attuale paralisi del processo di integrazione. Per noi mediterranei, affezionati all’idea che nessuno debba rimanere indietro (specie perché spesso e volentieri a rimanere indietro siamo proprio noi!), sarà una grande sfida. Ma non è affatto detto che la vinceremo.

di Nicola Colacino