I MILLENIAL VEDRANNO (MAI) LA PENSIONE?
di EJF

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Per Millenial si intende la fascia di età dei “giovani” che vanno dai 25 ai 35 anni, ovvero chi è nato a partire dagli anni ’80 del secolo scorso, in un periodo in cui si discuteva poco di debito pubblico. Ma nel 2017 il peso del debito pubblico è proprio sulle spalle dei Millenial. Di questo si è parlato nella tavola rotonda “Il Welfare dei Millennial”, organizzata da Obiettivo Italia il 10 aprile 2017 a Roma presso il Centro Congressi Roma Eventi Fontana di Trevi. Il dibattito ha posto un problema di non semplice risoluzione: creare un sistema di welfare sostenibile per preparare una strada di scelte lungimiranti. Se di “welfare” si comincia a parlare dopo la rivoluzione industriale, nel nostro Paese lo “stato sociale” o “stato assistenziale” è arrivato anche dopo. Nel secolo scorso ha visto una fase di rapidissimo sviluppo, tanto che l’assistenza sanitaria è diventata strumento di coesione sociale. Garantire un’assistenza pensionistica è essenziale ma per poterlo fare occorre che la società sia abbastanza ricca per permetterselo, quindi il problema principale rimane quello di favorire lo sviluppo economico del Paese.

Così è intervenuto Tito Boeri, Presidente dell’INPS: “Il tema del sistema pensionistico è attualmente il tema incandescente del nostro Paese e i dati riguardati i Millennial sono dati impietosi: fra loro la disoccupazione è aumentata del 50%, e chi riesce ad entrare nel mondo del lavoro vi entra con condizioni difficili e con salari ridotti del 20%. Non c’è aumento – ma riduzione – del tasso occupazionale. Le generazioni nate dal 1980 corrono il rischio di dover lavorare oltre i 70 anni. Tra i Millennial si annoverano 1 milione di disoccupati, tra loro il 60% è disoccupato da più di un anno e 250.000 sono laureati. Un fenomeno comune tra i Millenial è quello di collezionare lunghi periodi di disoccupazione all’inizio della carriera, e questa instabilità e discontinuità lavorativa causa effetti negativi di lungo periodo, anche sulla salute delle persone. Le aspettative dei giovani sul mondo del lavoro sono permeate di pessimismo: ogni anno 100.000 giovani cercano lavoro fuori dall’Italia, ed in genarle questa precarietà ritarda i piani individuali come l’acquisto di una casa e la realizzazione di una famiglia. La prima considerazione rilevante è che la domanda reagisce positivamente agli incentivi fiscali con un aumento del + 30% per l’ingresso nel mercato del lavoro dei giovani. Seconda considerazione: l’Italia è il paese con un profondo mismatch ovvero con poco incontro tra domanda e offerta di lavoro, quindi l’obiettivo è quello di dare la possibilità ai giovani di trovare un lavoro conforme alle capacità ed aspettative individuali. Migliorando l’utilizzo del capitale umano si può capire – e correggere – lo squilibrio: abbiamo persone troppo o troppo poco qualificate per il lavoro che fanno? Un altro obiettivo fondamentale è la defiscalizzazione del lavoro dei giovani, ed uno strumento sarebbe quello di recuperare risorse utili tramite la ridefinizione dei vitalizi (applicando le stesse regole delle pensioni) e l’intervento sulle pensioni superiori a 5.000 euro. Le riforme del Jobs Act con i contratti a tutele crescenti vanno nella direzione giusta: non si può assumere subito un lavoratore con un contratto a tempo indeterminato perché il lavoratore necessita della giusta formazione; in questo senso i contratti a tutele crescenti sono i contratti che durano proprio perché incentivano la formazione. L’idea giusta è quella della gradualità ed il vero fine del contratto a tutele crescenti è di coinvolgere i lavoratori più anziani nel seguire quelli più giovani. La formazione deve avvenire anche sul posto di lavoro: questa era la finalità dei corsi di laurea triennali, diventati ora solamente propedeutici al biennio. È di fondamentale importanza anche non cambiare in continuazione le leggi attraverso misure temporanee.”

Secondo Elsa Fornero, economista e professoressa universitaria: “La generazione dei Millenial chiede ed ha meno fiducia nello Stato rispetto alle precedenti, in ogni caso dobbiamo assumere maggiore responsabilità nei loro confronti. Non è più possibile portare avanti un sistema assistenzialistico mal indirizzato: in passato – per paura delle reazioni –non erano mai state intraprese riforme incisive, ma nel 2011 non è stato possibile aggirare questo problema e, per le condizioni di emergenza finanziaria, non si è potuto utilizzare ancora una volta un sistema di “transizione lunga”. Quella riforma ha sottratto al debito futuro qualcosa come 80 miliardi di euro; qualcosa per i giovani è stato fatto, una parte del debito è stato sanato. Ma non è stata valorizzata: la viltà delle menti della classe politica ha scaricato solo colpe a quella riforma. Ora cosa si deve fare? Dare delle prospettive di lavoro concreto. Le agenzie per il lavoro? Non fanno nulla, e su questo bisognerebbe fare la differenza: offrire delle risorse che vadano dalla formazione alla ricerca di lavoro. La fiscalizzazione degli oneri sociali va fatta per i disoccupati, per i disabili ed i malati mentre la pensione deve dipendere da ogni euro versato fina da quando si è molto giovani. Stiamo – faticosamente – uscendo dalla crisi e personalmente mi sento europeista in un momento in cui esserlo è molto impopolare. È nell’Europa che risiede il destino di cui noi parliamo. Ma l’Italia vive da anni in uno stato di “campagna elettorale permanente” in cui spesso si fanno promesse gratuite. Il nostro è un Paese fortemente indebitato e impegnarsi ad aumentare le spese senza aumentare le entrate significa promettere un “nuovo Eldorado” che ci dovrebbe far diffidare dai politici che non sono onesti rispetto a quello a cui potremmo andare incontro.”

È intervenuto anche Vittorio Feltri, Direttore di “Libero”: “Sono d’accordo con Elsa Fornero. Si dovrebbe separare l’assistenza dalla previdenza. Le pensioni minime d’anzianità ed i contributi di maternità non si dovrebbero pagare con i soldi dei lavoratori ma con quelli della fiscalità generale, mentre i contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro dovrebbero essere erogati solo a chi ne ha diritto.”

Immagine dal sito CGIL CISL UIL

di EJF