QUANDO SI ROVESCIA IL «VOTO UTILE»

Opera di Adam Niclewicz
                         Opera di Adam Niclewicz

È molto interessante notare come si stia rovesciando lo scivoloso gioco del «voto utile» in Francia. Argomento da maneggiare con cura e da usare con cautela, sempre.
Votare qualcuno «perché altrimenti vince qualcun altro» fa parte del gioco elettorale, ma ciò che sta accadendo nella corsa verso le Presidenziali francesi invita a non abusarne, a non adottarlo come unico criterio, peraltro autoassolutorio.
I socialisti travolti dalla scission di Macron (e di Valls e di fatto di Hollande) retrocedono al quinto posto. Un candidato ‘estremo’ come Mélenchon – che si attestava fino a un mese fa al di sotto della soglia psicologica del 10 per cento – viaggia verso il doppio esatto dei voti e chiede lui (a chi glielo chiedeva fino a qualche giorno fa) di fare un passo indietro (rivolgendosi ai socialisti ‘rimasti’).
In Italia, si continua invece con il solito schema, plebiscitario (e inconsapevolmente populista a sua volta): tutti insieme contro i populisti, come ha dichiarato il renziano Zanda sul Foglio. Più precisamente: una grande alleanza di tutti i partiti contro i 5 stelle. Tutti tutti? O solo fino a Berlusconi compreso (Berlusconi mai stato populista, peraltro)?
Siccome le larghe intese hanno fatto crescere Grillo e i suoi a dismisura, allora l’idea geniale è trasformarle in un progetto elettorale, presentarle direttamente alle elezioni.
Sono anni che si gioca con il fuoco (spento) della passione politica, con l'(in)coerenza dei programmi, con i «partiti delle nazione» che giustificano ogni trasformismo, con i «cambiaverso» che diventano «testacoda», in un (de)crescendo che non a caso fa puntualmente crescere qualcun altro.
Continuare a ripetere che destra e sinistra non esistono più e si devono elidere prima in una maggioranza parlamentare, poi in un’alleanza, infine in un partito solo, è esattamente ciò che Grillo si augurava quando denunciava il Pdmenoelle (nel 2013!).
Costruire una dialettica sistema-antisistema tra partiti che si rivolgono a tutti, incuranti delle inevitabili contraddizioni, in un derby che prescinde dalle proposte, dai programmi e dalle soluzioni, come notato ieri da Enrico Mentana, è molto pericoloso: non solo perché si rischia la sconfitta, ma perché a perdere sono tutti quanti, in uno schema che diventa inevitabilmente autoritario, avvitato intorno al capo e alla sua personalità politica, e che mortifica il pluralismo.
«Non ci sono alternative», ci dicono, ma questo è il risultato. Chi non è d’accordo con questa impostazione, sa dove trovarci. Come dimostrano altre realtà europee, è possibile.

di Giuseppe Civati