Regno Unito, May perde maggioranza ma non lascia. Alle 13 dalla Regina, ipotesi governo con Dup

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Regno Unito, May perde maggioranza ma non lascia. Alle 13 dalla Regina, ipotesi governo con Dup

Theresa May perde la sua scommessa: i Conservatori sono il partito più votato ma perdono la maggioranza assoluta in Parlamento (qui i grafici). I Tory conquistano 318 seggi e il Labour di Jeremy Corbyn 261. May si ferma quindi sotto la soglia magica di 326: significa avere un “hung Parliament”, un «Parlamento impiccato» alla necessità di dar vita a coalizioni o a governi di minoranza. Ignorando il pressing per le sue dimissioni, May andrà dalla regina a Buckingham Palace alle 12.30 locali (le 13.30 in Italia) per chiedere l’autorizzazione di formare un governo. Secondo SkyNews la premier britannica ha il sostegno degli unionisti del Dup per la formazione di un esecutivo ed è pronta a nominare i ministri del suo nuovo governo già in giornata.

LA BATOSTA
Le elezioni volute da May per rafforzare la posizione dei tories in parlamento e andare più forti ai negoziati per la Brexit sono state un boomerang. La premier ha detto che la Gran Bretagna «ha bisogno di un periodo di stabilità» e che i Tory lavoreranno per garantirla. Con un tremito nella voce, ha poi insistito sulla necessità di attuare la Brexit e di difendere «l’interesse nazionale». «Il Partito Conservatore – ha concluso – farà il suo dovere a prescindere dal risultato» delle elezioni. May non vuole permettere a Bruxelles di rinviare i negoziati sulla Brexit col pretesto che «non c’è un governo in Gran Bretagna», afferma Sky News citando fonti autorevoli.

Il Labour del vecchio leader radicale Corbyn, dato per spacciato solo un mese fa, compie un notevole passo in avanti rispetto a due anni fa. «Theresa May ha perso sostegno, ha perso seggi e ha perso voti, io credo sia abbastanza perché se ne vada», ha detto Corbyn nel discorso tenuto dopo la rielezione a deputato nel suo collegio. Corbyn ha poi ripetuto che con il voto di ieri «la politica è cambiata» e ha aggiunto che la gente ha fatto capire «di non poterne più di austerity e tagli ai servizi pubblici», ma «ha votato per la speranza». Ha assicurato infine che il Labour insisterà nella sua battaglia ed è orgoglioso dello slogan: «Per i molti, non per i pochi».

COSA ACCADE ADESSO?
Secondo SkyNews ci sono «colloqui continui» in corso tra i Conservatori e gli unionisti nordirlandesi del Dup (partito unionista nordirlandese) per formare una coalizione di governo. Dal canto loro i laburisti, tramite il numero due del partito e Cancelliere dello Scacchiere ombra John McDonnell, hanno detto di essere pronti «a formare un governo» di minoranza». Per McDonnell sarebbe una «coalizione del caos» un eventuale accordo di governo fra i conservatori della premier Theresa May e il Dup.

CORBYN ESULTA
Corbyn è stato rieletto a valanga deputato nel collegio londinese di Islington North, sua roccaforte da 34 anni. Fra i conservatori, rieletti senza problemi la premier May con ampio margine nel suo collegio storico di Maidenhead, nella contea del Berkshire, a est di Londra, e Boris Johnson, ministro degli Esteri nel governo May.

La ministra dell’Interno britannica, Amber Rudd, fedelissima della premier, ha salvato il suo seggio di deputata solo di un soffio, dopo un doppio conteggio delle schede. Rudd, rimasta a rischio tutta la notte ed evidentemente tesa dinanzi alle telecamere, ha conservato alla fine al Partito Conservatore il collegio di Hastings and Rye per sole 346 schede di differenza, di fronte alla rimonta del rivale laburista. Sconfitto invece nel suo collegio l’ex leader LibDem ed ex vicepremier Nick Clegg: a prevalere è stato, a sorpresa, il candidato laburista.

Testa a testa tra la candidata conservatrice, Victoria Borwick, e quella laburista, Emma Dent Coad, nel seggio di Kensington a Londra. Ci sono però difficoltà nel conteggio che è stato sospeso, stando al Guardian. Potrebbe riprendere più tardi o addirittura domani. Il presidente del seggio ha chiesto agli scrutatori di andare a casa, riposarsi e tornare più tardi. Oltre a quello di Kensington, mancano ancora i risultati di altri tre seggi.

Con il passare delle ore aumenta il bilancio dei sottosegretari del governo Tory che non sono riusciti a essere rieletti nelle consultazioni di ieri in Gran Bretagna. Oltre a Ben Gummer, sottosegretario alla presidenza del Consiglio; Jane Ellison, sottosegretario al Tesoro; James Wharton allo sviluppo internazionale; Gavin Barwell, sottosegretario all’edilizia e Robin Wilson, alla cultura, sono rimasti fuori dal parlamento Nicola Blackwood e David Mowat, alla Sanità; Simon Kirby, al Tesoro e Edward Timpson, all’Istruzione.

Abbiamo «cambiato la politica in meglio», aveva detto Corbyn in un primo messaggio rivolto ai suoi elettori mentre continua lo spoglio dei voti in Gran Bretagna. «Voglio mandare il mio grazie tutti coloro che hanno votato per il nostro programma e per la sua radicale visione di una Gran Bretagna più giusta», ha scritto Corbyn. «Qualunque sia il risultato finale – ha concluso – la nostra campagna positiva ha cambiato la politica in meglio».

GLI ALTRI
In calo piuttosto netto anche gli indipendentisti scozzesi dell’Snp, indicati ancora come primo partito nella loro roccaforte del nord, ma con 35 seggi contro i 56 (su 59 totali della Scozia) di due anni fa. Mentre qualcosa recuperano i LibDem filo-Ue, con 12 seggi contro 9, e restano al palo come previsto (0 seggi) gli euroscettici dell’Ukip, ormai orfani di Nigel Farage e fagocitati dalla campagna pro Brexit di May.

L’affluenza al voto si è attestata oltre il 68% secondo dati indicativi, due punti in più del 2015. E i due maggiori partiti, quello Conservatore e quello Laburista, sono entrambi dati al di là di quota 40% di consensi nazionali (circa 6 punti in più per i Tory, circa 10 per il Labour), con un rilancio del dominio bipartitico. Per Corbyn si tratta di un ritorno alle percentuali ottenute da Tony Blair nella sua seconda vittoria elettorale, nel 2001 (e nettamente meglio dello score riportato dallo stesso Blair nel 2005), mentre per Tory per trovare un risultato oltre il 40% bisogna risalire alla vittoria di John Major nel 1992 o, ancor prima, a Margaret Thatcher.

Il Regno Unito si è pronunciato per la terza volta in tre anni. Dopo il voto del 2015 e il referendum che ha decretato il divorzio da Bruxelles nel 2016, i sudditi di Sua Maestà erano stati richiamati alle urne dalla signora primo ministro – in un clima di sorveglianza blindata, dopo i recenti attacchi di Manchester e di Londra – con un solo obiettivo: accrescere il suo peso in Parlamento per avere le mani libere al tavolo con l’Ue e su tutti i dossier che incombono, dalle incognite sull’economia all’allarme terrorismo. Ma la meta, che raffiche di sondaggi trionfali avevano dato per scontata per settimane, non sembra essere stata raggiunta. Al contrario, lady Theresa arretra e rischia anche la poltrona. Non le sarebbero dunque serviti gli slogan esibiti negli ultimi giorni da donna forte: decisa a garantire «gli interessi nazionali» nell’ambito di una Brexit senza se e senza ma; e a rispondere al terrorismo con una guerra senza quartiere, anche al prezzo di abolire qualche tutela dei diritti umani. Jeremy Corbyn, viceversa, ha motivo di esultare, sempre a patto che lo scrutinio reale confermi le proiezioni, per essere stato capace di condurre a 68 anni una campagna frizzante, con una versione rinnovata del suo programma da vecchio socialista. E di risvegliare entusiasmi sopiti fra giovani e meno fortunati che alle urne questa volta paiono essersi fatti sentire.

REAZIONI
Le prime richieste di dimissioni alla premier sono arrivate anche dall’interno del Partito Conservatore. «Dovrebbe considerare ora la sua posizione», ha detto alla Bbc, Anna Soubry, deputata anti-Brexit e da tempo voce critica nei confronti di May, rieletta d’un soffio dopo un primo annuncio ufficioso che l’aveva data per sconfitta. Una frase che tutti gli osservatori in studio hanno interpretato come un benservito. Ironico il commento di William Hague, ex leader Tory, che ha scritto: «Il nostro partito é una monarchia temperata dal regicidio».

Il ministro degli Esteri ombra del partito laburista, Emiky Thornberry, ha chiesto a May di dimettersi nel caso sia confermato il risultato uscito dai primi exit poll. La premier «dovrebbe lasciare perché ha palesemente fallito» se sarà confermato che i Tory non hanno ottenuto la maggioranza assoluta.

Il vice leader del labour Tom Watson, rieletto con ampia maggioranza nel suo seggio londinese, ha dichiarato che il risultato «mina l’autorità di Theresa May», che la leader Tory è ora «un primo ministro lesionato e potrebbe non riprendersi più». Watson è stato duro pure con i media, in un successivo intervento alla Bbc, accusandoli di aver «demonizzato Jeremy Corbyn», riportandone in modo non corretto il messaggio, e di essere stati anche loro «sconfitti» dal voto.

«È una notte catastrofica per i conservatori stando agli exit poll», ha detto George Osborne, ex Cancelliere dello Scacchiere Tory e ora direttore dell’Evening Standard. Se i numeri saranno confermati, Osborne si chiede come i Tories saranno in grado di formare una coalizione di governo. Per tutta la stampa del Regno gli exit poll sono stati un vero e proprio «shock»: è questa infatti la parola più usata nelle prime edizioni dei giornali, a partire dal Guardian. Per il Times è «fallito il grande azzardo» della premier May, che voleva rafforzare la sua maggioranza assoluta, mentre per il Daily Mirror, vicino al Labour, il primo ministro è ora «appeso a un filo».

LA STERLINA
La sterlina continua a ritoccare i minimi dallo scorso aprile scendendo fino a 1,2650 sul dollaro e 0,883 sull’euro registrando il peggior calo dallo scorso ottobre: oltre il 2%, che rappresenta uno scossone molto netto per le dinamiche del mercato valutario. Ulteriore indebolimento della moneta britannica anche sullo yen a 139,9.

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