Più welfare nelle aziende italiane

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Il 67% delle aziende italiane fa welfare. Lo mostra la ricerca “Welfare Aziendale in Italia. Edizione 2017”, commissionata da Welfare Company in collaborazione con il Prof. Luca Pesenti dell’Università Cattolica e AIDP (Associazione Italiana Direzione Personale). L’indagine è stata condotta su un campione di 326 direttori e manager HR, provenienti da imprese distribuite su tutto il territorio nazionale.

L’indagine fotografa una realtà in continua evoluzione, anche su impulso delle nuove normative. Stando agli ultimi dati del Ministero del Lavoro, infatti, su 14.597 contratti depositati che si propongono di raggiungere obiettivi di produttività, 3.872 prevedono misure di welfare aziendale . Più del 26% dei lavoratori ha quindi scelto di convertire il premio di produttività in servizi di welfare. Le leggi, comunque, non hanno giocato un ruolo decisivo nella scelta di introdurre il welfare in azienda. Secondo l’indagine, infatti, le imprese fanno welfare innanzitutto per migliorare il clima aziendale (81%) e solo in seconda battuta per ridurre il costo del lavoro (70,6%). Si fa welfare anche per attrarre nuovi talenti (62,7%) e incrementare la produttività dei dipendenti (57,1%).

Dalla ricerca emerge un dato molto confortante. Le aziende che fanno più welfare sono quelle che lavorano di più per trovare nuovi sbocchi di mercato, che innovano i processi organizzativi, che investono su logistica, marketing e distribuzione. Il welfare non è quindi episodico, ma parte di una strategia di modernizzazione dell’impresa. Anche i sindacati hanno un ruolo cruciale nello sviluppo del welfare. Nelle aziende in cui il tasso di sindacalizzazione è più alto, infatti, si fa più welfare. È un segnale della propensione collaborativa delle organizzazioni sindacali, ritenute oppositive o disinteressate solo nel 18% dei casi.

Il welfare aziendale è destinato a crescere ancora di più nel futuro. Dalla ricerca emerge infatti che il 41% del campione è già al lavoro per introdurre un piano di welfare o ampliare quello esistente, mentre un ulteriore 27% ha intenzione di lavorarci. In particolare, il 28,2% del campione sta lavorando sui benefit materiali, il 22,7% sull’assistenza sanitaria, il 21,8% sui benefit per lo studio dei figli e il 21,4 sulla polizza sanitaria. Il punto che secondo le aziende andrebbe maggiormente sviluppato, però, è lo smart working. Lo conferma anche l’Osservatorio del Politecnico di Milano, secondo cui i progetti di smart working nelle grandi imprese sono cresciuti dal 17% del 2015 al 30% del 2017.

Cresce anche il ruolo dei provider di welfare. Erano il 18% nel 2016, sono presenti nel 25,5% delle aziende oggi. Questo perché le aziende sono sempre più consapevoli dell’importanza di un buon piano di welfare. La percentuale di conversione del premio di produttività in servizi di welfare, infatti, può aumentare anche fino all’80% se il piano è comunicato in modo efficace, con vantaggi per tutti: per gli stessi dipendenti, che vedono aumentare il proprio potere di acquisto; per le imprese, che possono avere dei risparmi fiscali; per i sindacati, perché vedono aumentare i benefici per i lavoratori; per lo stato, perché i servizi di welfare garantiscono la trasparenza e la tracciabilità; per gli erogatori di servizi, perché il welfare genera un indotto positivo su tutta la comunità. Credo che quest’ultimo punto sia fondamentale. L’impresa deve creare valore sociale e contribuire alla ricerca di una migliore qualità della vita individuale e collettiva, altrimenti il senso del lavoro si perde e si rischia l’alienazione.

Il modo di concepire il lavoro è in rapido mutamento e le aziende non possono far altro che tenere il passo con i tempi, per aprirsi all’innovazione e contribuire all’avanzamento di tutta la comunità sociale. La ricerca è a disposizione all’indirizzo mail: press@welfarecompany.it

dal sito buonenotizie.corriere.it