RENZI E BERLUSCONI AL BIVIO

Elaborazione Immagine di Carla Morselli
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I risultati delle recenti elezioni amministrative, benché relativi ad una porzione limitata del territorio nazionale, suscita inevitabilmente nuovi interrogativi e riflessioni nell’intenso dibattito in corso, in vista delle prossime consultazioni politiche. Il dato dei principali comuni interessati dal voto – i capoluoghi di provincia – appare nettamente favorevole al centrodestra, mentre si è registrata una sensibile flessione del centrosinistra. A pochi mesi dalla conclusione naturale della legislatura, un dato così netto e univoco non può essere minimizzato. E’ vero che, nelle elezioni amministrative, un peso particolare viene, in genere, attribuito ad aspetti meramente locali, quali la personalità dei candidati-sindaci, il giudizio sulle precedenti amministrazioni e via dicendo, dati questi che variano da comune a comune, ma, al di là di questi, possiamo forse cogliere dei tendenziali orientamenti, in relazione allo scenario nazionale. In primo luogo, rispetto all’esclusione dal ballottaggio di diversi candidati di 5 Stelle. Sembra confermarsi una certa difficoltà di radicamento territoriale del Movimento che stenta a trasferire la fiducia riposta in Beppe Grillo e nell’infallibilità della “Rete” a gruppi dirigenti locali, uomini visibili in carne e ossa, fuori dalla Piazza Telematica, che diventino punto di riferimento per simpatizzanti ed elettori, fautori di coinvolgimento e di partecipazione, “leaders” riconosciuti, in base alla stima e all’identificazione che si vengono a creare, attraverso il dialogo, l’incontro, la conoscenza “fisica” (ah!, le vecchie sezioni !… quando erano aperte, però, perché non sempre lo erano !!). Sembra difficile che l’identificazione in una leadership e la formazione del “carisma” nella stessa – necessari soprattutto per la figura del primo cittadino di un comune – possano realizzarsi, attraverso un mero contatto … “di tastiera !”…
Riguardo, invece, al centrosinistra, mi sembra che le coalizioni locali, soprattutto nei grandi comuni, abbiano scontato la percezione diffusa di una scarsa convinzione, nei vertici nazionali, della possibilità di riproporre anche nelle elezioni politiche lo stesso schema adottato sul piano locale. Sembra cioè che l’incerta prospettiva del PD, in merito alle alleanze future e le obiettive distinzioni strategiche che si registrano all’interno dell’area di sinistra (tra la leadership di Renzi, nel Pd, il ruolo “mediano” dell’avv. Pisapia, le posizioni più radicali delle formazioni guidate, rispettivamente, da Bersani e da Fratoianni) abbiano ingenerato negli elettori una certa freddezza nei confronti dei pur generosi esperimenti unitari realizzati dal Pd e dagli altri partiti della sinistra nelle realtà locali. E veniamo al centrodestra: era ormai ritenuto in bilico tra il “terzo posto” e la disgregazione e sembra ora, invece, recuperare i “colori” della vittoria, i fasti dei tempi migliori ! Questo perché l’asse Forza Italia-Lega-Fratelli d’Italia, in molti comuni, nel nord e non solo (vedi L’Aquila, che veniva data per persa, o Catanzaro !) viene ritenuto credibile, il voto locale trascende le questioni realmente divisive tra Berlusconi e Salvini (Europa, euro, Trump). Ma quando dovranno essere adottate le scelte di alleanza sul piano nazionale tali questioni inevitabilmente si porranno ! E allora ? Berlusconi, in base a quanto emerso negli ultimi mesi, sembrerebbe più orientato a realizzare quella che è stata, per anni, una chimera ricorrente dell’area centrista, ossia il segmento italiano del Partito Popolare Europeo. Una costruzione che forse avrebbe risparmiato all’Italia lunghi anni di frazionamento e di dannose conflittualità nell’universo moderato. Salvini sarebbe, naturalmente, al di fuori di questa prospettiva, non riconoscendosi, allo stato, nelle posizioni del PPE e avendo, anzi, realizzato un sodalizio politico con Marine Le Pen, il cui astro, tuttavia, sembra ora declinare. L’altra opzione, per il leader di Forza Italia e quattro volte premier, è la riproposizione della coalizione di centrodestra, nello schema risultato vittorioso nella maggioranza dei capoluoghi di provincia in cui si è votato il 25 giugno scorso. Con la Lega, Fratelli d’Italia e formazioni minori. Uno schema che potrebbe ancora vincere, benché qualche supporto al centrodestra, nelle amministrative, sembra sia arrivato addirittura dai grillini, che ancora identificano in Renzi il più insidioso avversario, nella sfida per il governo del Paese. Un centrodestra unito, comunque, si rivela competitivo, alla luce dei dati delle elezioni comunali, tanto nei confronti di 5 Stelle, quanto del PD, non è più il Terzo Polo, ai margini della contesa (e un saggio di questo potenziale era stato già dato, peraltro, nelle elezioni regionali del 2015, con la vittoria di Toti in Liguria e il buon risultato in Umbria, regione “rossa”, dove Ricci non vinse per un soffio). Realizzando di nuovo una coalizione di centrodestra, nello schema indicato, anche per le elezioni politiche, Berlusconi dovrebbe tuttavia fare i conti con le ambizioni di leadership di Salvini e con il rischio di una “trazione” leghista, condita di un certo radicalismo della Meloni che sembrerebbero in netto contrasto con la più decisa vocazione centrista ed europeista di Forza Italia e dello stesso Berlusconi, ancor più evidente dopo l’elezione di Tajani alla presidenza dell’Europarlamento, su designazione del PPE. Quindi i due ex premier (Berlusconi e Renzi) si trovano ora di fronte ad uno stesso bivio: corsa solitaria, contando sul proprio prestigio personale e sulle rispettive identità culturali e programmatiche, oppure alleanze con formazioni radicali, se non estreme, rischiando pesanti condizionamenti, in termini di scelte successive e, forse, anche di leadership (Salvini potrebbe rivendicarla, in caso di sorpasso, da parte della Lega e quella di Renzi è posta pesantemente in discussione da una parte dei possibili alleati del PD, schierati alla sua sinistra).
Decisivo, ai fini delle future intese, si rivelerà il modello elettorale prescelto che costituirà ancora il tormentone del dibattito politico, fino a quando non si troverà un accordo soddisfacente per un’ampia maggioranza parlamentare.

di Alessandro Forlani