È ORA DI SMETTERE CON LE VUOTE SCENEGGIATE POLITICALLY CORRECT

Anna Frank e il Diario - 350X200

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.
In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.
L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.
Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.
Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.
Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.
Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.
Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.
Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.
Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.
Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

Immagine dal sito www.marioavagliano.it

Articolo pubblicato su postpank

di Pancrazio Anfuso