Lo spettro della guerra commerciale tra Usa e Cina

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Lo spettro della guerra commerciale tra Usa e Cina

BOLLETTINO IMPERIALE Mentre la Corea del Nord si appresta a diventare una potenza nucleare, Trump adotta le prime misure protezionistiche per colpire Pechino, che per la Casa Bianca non avrebbe fatto abbastanza per contenere P’yongyang.

di Giorgio Cuscito
DONALD TRUMP, XI JINPING, ARTICOLI, CINA, USA, OCEANO PACIFICO, ASIA-PACIFICO
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La tensione torna alta tra Usa e Cina, sul piano economico e militare.

A un anno dall’inizio del suo mandato e poco prima del vertice di Davos (ora in corso), il presidente statunitense Donald Trump ha applicato i primi simbolici dazi per colpire la Repubblica Popolare. Da tempo, l’inquilino della Casa Bianca minacciava di prendere provvedimenti per ridurre il deficit commerciale con la seconda potenza economica al mondo. Questo, aumentato del 13% nel 2017, è stato definito da Trump “insostenibile” in una recente conversazione telefonica con il presidente cinese Xi Jinping.

La pressione statunitense non implica solo misure economiche. La strategia di difesa nazionale del 2018 del Pentagono e quella di sicurezza nazionale annunciata da Trump individuano nella Repubblica Popolare un “concorrente degli Usa”, che si serve di “un’economia predatoria” contro i paesi vicini e “militarizza” il Mar Cinese Meridionale.

Trump pare più deciso nel contrastare la Cina rispetto a un anno fa. La sua risolutezza potrebbe essere legata al mancato successo delle prime due potenze al mondo nel gestire il dossier coreano. Nel 2017, Washington aveva puntato sul legame tra Pechino e P’yongyang (non più realmente alleate) per contenere l’ascesa nucleare di quest’ultima. In cambio, The Donald paventava una politica più accomodante sul fronte economico. La partecipazione della Corea del Nord alle olimpiadi invernali in Corea del Sud e la riapertura del dialogo tra P’yongyang e Seoul aprono un margine di dialogo ma riconoscono implicitamente al “paese eremita” lo status di potenza atomica in fieri. Dalla prospettiva di Trump, tale circostanza fa venir meno il compromesso con Pechino. Di qui le ennesime sanzioni adottate ieri da Washington contro P’yongyang e alcune aziende cinesi accusate di sostenere il regime di Kim.

In caso di guerra commerciale, la Repubblica Popolare potrebbe rivalersi sulle aziende Usa che operano nel proprio mercato. I media cinesi hanno evidenziato la “mentalità da guerra fredda” di Washington e dedicato particolare attenzione a una recente operazione per la libertà di navigazione (Fonop) da parte Usa a largo dell’atollo Scarborough. Le manovre statunitensi mirano a smentire – per ora senza successo – le pretese di sovranità di Pechino, che grazie anche alla costruzione di isole artificiali vorrebbe controllare circa il 90% di questo bacino d’acqua.

Nell’anno appena iniziato, il connubio tra rinnovate tensioni sino-statunitensi e immutata strategia atomica nordcoreana alimenterà l’instabilità in Asia-Pacifico.

Le mosse di Trump viste dalla Cina

I media cinesi tendono a sminuire l’impatto per il loro paese delle tariffe Usa sulle importazioni di lavatrici e di pannelli solari dall’estero. In Cina, si ritiene che queste misure potrebbero danneggiare maggiormente i consumatori statunitensi e determinare negli Stati Uniti la perdita di migliaia di posti di lavoro nell’indotto. Lo scorso anno, il Dragone ha esportato 21 milioni di lavatrici, mentre è il più grande produttore al mondo di pannelli solari, che tuttavia sono principalmente rivolti ai consumatori della Repubblica Popolare. Nei prossimi mesi gli Usa potrebbero prendere provvedimenti più severi rispetto a quelli da poco adottati.

Un editoriale dell’agenzia di stampa Xinhua suggerisce agli Usa di “superare l’allergia agli investimenti cinesi”. Eppure anche in questo settore le misure di monitoraggio potrebbero intensificarsi. Lo scorso anno, gli investimenti del Dragone negli Stati Uniti sono scesi del 35% rispetto al 2016, secondo uno studio del Rhodium Group. Si tratta di un giro d’affari da 29 miliardi di dollari, che resta il secondo miglior risultato di sempre per la Repubblica Popolare negli Usa. Sulla tendenza hanno influito in primo luogo i maggiori controlli di Pechino sugli investimenti cinesi all’estero, per impedire operazioni economiche “irrazionali”. A fare il resto è stato il rigido monitoraggio della Comitato sugli investimenti stranieri negli Stati Uniti (acronimo inglese Cfius), che ha impedito diverse acquisizioni cinesi per ragioni di sicurezza nazionale.

Tra le operazioni non andate in porto vi è l’acquisizione di Aleris da parte dal gigante cinese dell’alluminio Zhongwang Holdings e quella dell’azienda Usa Moneygram International (operante nel settore del trasferimento di denaro) da parte di Ant Financial, braccio di Alibaba. Secondo Reuters, il governo Usa non approverà più accordi proposti dall’azienda cinese Hna fin quando non fornirà più dettagli riguardo i suoi azionisti. Inoltre, membri del Congresso starebbero pressando l’azienda At&t perché interrompa i rapporti con Huawei, colosso delle telecomunicazioni cinesi.

Le opzioni di Pechino

Pechino promette di ricorrere all’Organizzazione mondiale del commercio per rispondere ai dazi, ma contromisure più decise non sono escluse. Per esempio, la Repubblica Popolare potrebbe acquistare meno da Ford, General Motors e Boeing, aziende particolarmente attive nel mercato cinese. Durante il viaggio di Trump alla corte di Xi lo scorso novembre, la Repubblica Popolare aveva confermato l’acquisto di 300 velivoli dell’azienda statunitense per un valore di 37 miliardi di dollari. Pechino potrebbe ostacolare Apple, impegnata a espandere la sua presenza nella Repubblica Popolare, anche a costo di rispettarne gli stringenti controlli e la sua sovranità cibernetica. Inoltre, la Cina potrebbe prendere in considerazione la possibilità di comprare soia e mais da altri paesi o di rivedere altri accordi, inclusi quelli per l’acquisto di gas naturale e petrolio statunitensi dal valore complessivo di 160 miliardi di dollari.

Circa una settimana fa Pechino aveva simbolicamente bloccato il sito web internazionale della catena di hotel Marriott, rea di aver definito Taiwan, Hong Kong e Macao dei “paesi” in un questionario per i clienti. L’azienda si è scusata per il gesto, interpretato da Pechino come una violazione del principio “una sola Cina” su cui si basano i rapporti diplomatici tra Repubblica Popolare e Usa. Pechino ha esteso la ricerca e individuato altri enti responsabili di comportamenti simili, tra cui la compagnia aerea statunitense Delta.

Non è da escludere che le imprese statunitensi particolarmente attive in Cina o desiderose di accedervi pressino Washington affinché non comprometta i rapporti con Pechino.

Sul piano mediatico, Pechino continuerà a servirsi della postura protezionistica di Trump per danneggiare la sua immagine. Il World economic forum di Davos è stato in tal senso provvidenziale. La partecipazione di Liu He, principale consigliere per l’economia di Xi (e probabile vice premier in futuro), ha permesso alla Repubblica Popolare di riproporsi come punto di riferimento alternativo agli Usa nel mondo globalizzato.

Una guerra commerciale sarebbe controproducente per Pechino e Washington, a prescindere da chi subirebbe le conseguenze maggiori. La Cina è il primo creditore degli Usa e il suo secondo partner commerciale dopo l’Ue. La simbiosi economica tra le due potenze è uno dei fattori che permette loro di preservare le loro relazioni, nonostante gli interessi geopolitici confliggenti. Interessi la cui rotta di collisione sta accelerando per via dell’ascesa economica e militare cinese.

dal sito www.limesonline.com