POSSIBILI SCENARI DEL DOPO VOTO

Christian Mangano, Se Avessi Tempo
              Christian Mangano, Se Avessi Tempo

Nel dibattito politico di queste ultime giornate che precedono il voto, le analisi tendono a concordare sulla possibilità di uno scenario privo di una maggioranza parlamentare precostituita – ossia corrispondente ad una delle coalizioni o formazioni partecipi alla presente competizione – nella fase immediatamente successiva alle consultazioni del 4 marzo. Lo schema tripolare e il sistema di voto prevalentemente proporzionale, senza la possibilità del voto disgiunto, potrebbero favorire, infatti, una prospettiva di sostanziale “pareggio” o quasi tra i tre maggiori schieramenti. E’ vero che uno di questi tre, la coalizione di centro-sinistra, potrebbe contare, almeno in teoria, dopo il voto, del vantaggio – rispetto agli altri – di un possibile alleato, Liberi e Uguali, formato, in larga misura, da ex aderenti al PD. Le esigenze di governabilità e opportuni accorgimenti politico-programmatici potrebbero attenuare, dopo il voto, le reciproche insofferenze e le riserve sulla leadership renziana che hanno indotto Bersani, D’Alema, Speranza e altri alla scissione. Ma la sommatoria dei seggi ottenuti da entrambi potrebbe non risultare sufficiente per una maggioranza parlamentare. Se, come molti osservatori ipotizzano, nessuna formazione o coalizione ottenesse una percentuale idonea a consentirle di governare in piena autonomia dagli altri competitori, la soluzione che viene maggiormente accreditata, ai fini di evitare uno scioglimento anticipato a breve e nuove elezioni, è rappresentata dalle cosiddette Larghe Intese – o Grande Coalizione -, ossia un’alleanza tra Forza Italia e la coalizione di centro-sinistra, con un programma circoscritto, o solo per varare, ancora una volta, una nuova legge elettorale (in questo caso, forse, la Grande Coalizione potrebbe estendersi anche a Leu ?). Ma un simile esperimento provocherebbe dei traumi politici rilevanti, tanto nel centrodestra, nel quale Salvini e Meloni appaiono decisamente contrari a certe formule compromissorie, quanto in certi settori del Pd, quelli, per intenderci, “alla sinistra” di Renzi. E poi si griderebbe di nuovo al tradimento degli elettori, dato il rivolgimento che si determinerebbe, rispetto alle alleanze prospettate e agli impegni assunti in campagna elettorale. Un’altra ipotesi di scomposizione e riaggregazione potrebbe essere offerta dallo schema indicato da Emma Bonino, “sovranisti” contro “europeisti”, ma non credo che tutte le forze in campo si adatterebbero a questa rigida semplificazione che non tiene conto di certe sfumature. Chi accetterebbe, poi, di essere escluso tout-court dalla famiglia degli europeisti, per essere relegato nella galassia meramente “sovranista”? Neanche i più euroscettici, in genere, rifiutano in assoluto l’ideale europeista, esprimendo però l’auspicio di un’Europa diversa da quella effettivamente realizzata, sul terreno istituzionale, a Bruxelles e a Strasburgo, troppo centralista e burocratica, da taluni ritenuta troppo centralista e burocratica.
Gli spazi per individuare una strategia che consenta la governabilità del Paese, nello scenario attuale, appaiono, dunque, piuttosto angusti ed incerti. Trova, quindi, ampia spiegazione lo scetticismo che incombe sull’effettiva idoneità del voto del 4 marzo a determinare nuovi equilibri forieri di stabilità e chiarezza delle posizioni politiche. Un elemento innovativo, per arricchire uno scenario che appare tendente allo stallo, potrebbe essere rappresentato da quella che sembra essere la nuova linea dei 5 Stelle. L’intento di presentare prima del voto la squadra di governo al Quirinale e una maggiore flessibilità che viene manifestata in tema di alleanze sembrano attestare la volontà di superamento della linea isolazionista fin qui perseguita dal Movimento. Si profila una certa disponibilità a forme di intesa, fondate sulle proposte programmatiche. Tale disponibilità ad uscire dalla “torre d’avorio” potrebbe determinare un rivolgimento delle previsioni allo stato più diffuse e innescare nuove dinamiche in diverse e molteplici direzioni.
In realtà, ci sembra si sia conclusa un’epoca nella quale, sia pure tra inquietudini interne e contraddizioni, in base a meccanismi elettorali maggioritari o tendenzialmente tali, l’esito delle elezioni politiche evidenziava il vincitore che avrebbe governato, nel corso della legislatura che si apriva. Questo segnale è emerso all’indomani di tutte le elezioni politiche che si sono svolte dal 1994 al 2013. Anche se poi, in corso di legislatura, talvolta gli equilibri si sono modificati, al momento del voto è apparso sempre chiaro chi fosse il vincitore. Questa volta potrebbe essere diverso, lo scenario è cambiato, il sistema tendenzialmente bipolare appare, almeno temporaneamente, superato. Ma la buona volontà, anzi, la buona politica fondata sulla stessa buona volontà e sul senso di responsabilità, la capacità di accantonare faziosità e pregiudizi pretestuosi, di individuare, con realismo, scelte e priorità che uniscano e favoriscano convergenze su larga scala, potranno ancora prevalere e salvare il Paese. E questa fiducia deve dunque accompagnarci, al momento del voto che sempre deve ritenersi un passaggio costruttivo, ai fini di consolidare la vitalità democratica del nostro sistema politico.

di Alessandro Forlani