ESPLORAZIONI E VETI: LO STALLO POLITICO
di Alessandro Forlani

Gustav Courbet, L'Uomo Disperato
                 Gustav Courbet, L’Uomo Disperato

Dal voto del 4 marzo è uscita un’Italia sostanzialmente spaccata in tre parti, così come già era accaduto con le precedenti consultazioni politiche del 2013 e, come allora, il rebus della governabilità del Paese, per evitare l’immediato ritorno alle urne, si dovrà risolvere, con tutta probabilità, con l’alleanza tra due dei tre contendenti. Impresa difficile, come peraltro lo era la volta scorsa, perché le tre parti principali dello scenario politico nazionale hanno escluso, nel corso della precedente legislatura e durante la campagna elettorale, la ricorrenza dei presupposti di compatibilità per alleanze tra le stesse. Tre contenitori, insomma, tra loro alternativi e contrapposti, tendenti, comunque, ad accreditare sensibili distanze culturali e programmatiche. Un dato rilevante che contraddistingue lo scenario del momento da quello di inizio legislatura del 2013 è rappresentato da un Parlamento eletto con una legge nuova – il cosiddetto Rosatellum – diversa da quella vigente nel 2013 – la legge Calderoli, n.270/2005 – che, oltre a non prevedere – a differenza di quella del 2005 – un premio di maggioranza per il vincitore, non ammette neppure la possibilità di un secondo turno di ballottaggio tra le coalizioni o i partiti che abbiano riportato il maggior numero di consensi. Un tale sistema favorisce inevitabilmente la costituzione di una pesante ipoteca sulla governabilità di un Paese caratterizzato ormai, con chiarezza, da uno schema “tripolare”, con le reciproche riserve ed incompatibilità cui si è fatto riferimento. Con queste premesse si potrà anche arrivare a condizioni di tregua temporanea o a governi di “transizione”, ma resta comunque difficile prevedere lunga vita per la legislatura. Lo scenario, al momento, tende a prefigurare elezioni anticipate a breve. A meno che…, a meno che…, non abbia inizio una graduale rimozione di quella che appare la caratteristica dominante del confronto politico e delle trattative di queste ultime settimane, la proliferazione dei veti, più o meno incrociati. Veti tra partiti e coalizioni, veti talvolta anche personali. Legati al passato, alle tensioni della scorsa legislatura, a pregiudizi che, alla luce del mutato quadro politico e dell’esigenza di guardare comunque al futuro – perché il Paese deve essere governato – appaiono sempre più anacronistici. Perché la politica richiede scelte concrete e, in taluni momenti, svolte coraggiose e impone, a coloro che ne sono protagonisti, di guardare comunque avanti. Del resto, gli scenari si evolvono assai rapidamente, quelle che solo ieri erano definite forze della protesta, dell’antipolitica, espressione del cosiddetto “populismo”, ora non sembrano affatto a disagio nei ruoli istituzionali. Sulle stesse pretese incompatibilità programmatiche, come è dimostrato dalla nostra lunga tradizione di coalizioni eterogenee e promiscue, è possibile trovare dei compromessi, sebbene eccessive forzature espongano poi ad un probabile insuccesso. Ma occorre procedere un passo alla volta. Intanto è necessario parlarsi, confrontarsi, rimuovere risentimenti e pregiudizi personali (“ogni ricordo ad ambo amaro”, evocando Adelchi nella tragedia manzoniana) e mettere a fuoco obiettivi e priorità. “Esplorando” le diverse opzioni.
Sotto questo profilo, la duplice esplorazione cui il Presidente Mattarella ha invitato i Presidenti di Camera e Senato, ciascuno in una diversa direzione, ha rappresentato, a mio giudizio, una procedura corretta ed equilibrata, idonea ad agevolare la ricerca di possibili convergenze e la rimozione di eventuali riserve pretestuose. Vedremo, nei prossimi giorni, quali risultati emergeranno, quale posizione si rivelerà prevalente nella Direzione del PD, divisa tra sensibilità più “possibiliste” verso i 5 Stelle e la linea renziana, più scettica verso tale prospettiva. Anche l’esito delle elezioni regionali nel Friuli Venezia Giulia avrà un suo peso negli assetti interni di partiti e coalizioni, rafforzando chi ne uscirà vincitore. Un’eventuale rinuncia del PD all’accordo con 5 Stelle potrebbe rilanciare il tentativo di asse Di Maio-Salvini, rispetto al quale tutte le criticità resterebbero probabilmente sul terreno, perché difficilmente i 5 Stelle rinunceranno al veto su Berlusconi e al tempo stesso Salvini non appare orientato alla rottura di una coalizione di maggioranza relativa di cui oggi è il leader. E ci sono poi le regioni governate da tale coalizione – e alcune a guida leghista – che potrebbero subirne i contraccolpi. La partita resta comunque aperta e le sfide di rilievo interno e internazionale non potranno attendere all’infinito, nonostante l’impegno e la buona volontà del governo in carica “per gli affari correnti”.

di Alessandro Forlani