COSTRUIRE UN’ARENA POLITICA EUROPEA
di Paolo Acunzo

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La storia dell’integrazione europea è costellata da numerosi “stop and go”. Da lucide visioni di lunga prospettiva, come fu il Manifesto di Ventotene, alla cosi detta “deriva dei trattati”, ovvero una serie di riforme che solo in parte ha reso più efficiente l’assetto istituzionale comunitario. Infatti negli ultimi anni la crisi economica ha messo in luce l’inadeguatezza delle politiche di sviluppo e del disegno istituzionale dell’Unione europea. Sul fronte dell’immigrazione ha mostrato tutti i suoi limiti nell’accoglienza e nelle tutele sociali dei ceti più deboli, dimostrando di non essere all’altezza delle sfide epocali indotte dalla globalizzazione.

Oggi stiamo vivendo un radicale mutamento del contesto politico internazionale che attribuisce una nuova luce alla citazione di Romano Prodi “il processo d’integrazione europea è come andare in bicicletta: o si pedala, o si cade”. Sono sempre di più le forze nazionaliste ed euroscettiche, definite genericamente populiste, che vogliono non solo scendere dalla bicicletta, ma gettarla via per risalire sul loro vecchio cocchio della sovranità nazionale. Oramai l’idea stessa di Europa è una discriminante fondamentale per la scelta elettorale dei cittadini, come si è potuto constatare anche recentemente in Italia. Una sorta di nuovo bipolarismo pro o contro l’integrazione (in primis europea, ma anche economica, sociale e culturale del paese) concede una grande opportunità a tutto il composito fronte europeista: quella di definire una prospettiva di apertura, sviluppo e integrazione per il futuro, delineando un profillo nettamente antitetico a quello populista, grazie a nuove proposte chiare e coraggiose per ripensare l’Europa esistente.

Questo nuovo contesto politico non è passato inosservato agli attuali protagonisti dell’integrazione europea, facendo avanzare una serie di proposte sia sul contenuto delle politiche che sugli aspetti istituzionali a personalità come il Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker o il Presidente francese Emmanuel Macron. La principale differenza metodologica tra le proposte dei due consiste nel fatto che mentre Juncker ha avanzato la quasi totalità delle sue proposte evitando di aprire il vaso di Pandora della revisione dei Trattati, Macron prevede esplicitamente delle riforme dei trattati e su questo tenta d’intrecciare alleanze politiche con l’altra protagonista senza la quale alcun progresso all’integrazione europea sarà possibile: la Germania di Angela Merkel.

Ad esempio tutti questi soggetti propongono la Presidenza unica dell’Unione Europea, ossia la fusione personale delle funzioni di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo, attualmente distinte nelle due figure istituzionali. Questa sarebbe sicuramente un passo in avanti verso l’obiettivo di creare “un’Unione sempre più stretta” dal momento che permetterebbe la semplificazione della struttura istituzionale dell’Unione e finalmente consentirebbe ai cittadini d’identificare chiaramente la più alta carica europea.

Tuttavia spesso non si tiene conto delle difficoltà istituzionali che risultano dalla diversità dei ruoli svolti dai due Presidenti e dalle disposizioni dei Trattati in vigore. Infatti il Presidente della Commissione europea dirige un’Istituzione incaricata di promuovere l’interesse generale dell’Unione, mentre il Presidente del Consiglio europeo si adopera per facilitare la coesione e il consenso in seno al Consiglio. In altre parole, il Presidente della Commissione ha istituzionalmente un ruolo di iniziativa legislativa e di vigilanza sull’applicazione dei Trattati e delle misure adottate dalle Istituzioni, mentre Il Presidente del Consiglio ha invece un ruolo di mediazione tra le diverse posizioni dei Capi di Stato e di governo e ricerca quindi il loro consenso unanime.

Il Presidente della Commissione, infatti, è eletto per cinque anni dal Parlamento europeo sulla base di una proposta del Consiglio che tiene conto dei risultati delle elezioni europee. Inoltre, poiché il Parlamento europeo ha il diritto di censurare l’operato della Commissione e di provocare in tal caso le sue dimissioni, anche il Presidente della Commissione dovrebbe dimettersi in caso di voto di una mozione di sfiducia. Viceversa il Presidente del Consiglio europeo è eletto direttamente dai Capi di governo per una durata di due anni e mezzo, senza alcuna implicazione del Parlamento. Pertanto è difficile immaginare che i Capi di Stato e di governo accettino che un’eventuale mozione di censura sulla Commissione da parte del Parlamento europeo possa comportare anche le dimissioni della stessa persona in quanto Presidente del Consiglio.

Dunque l’idea di riunire in una sola persona le funzioni di Presidente della Commissione e di Presidente del Consiglio europeo, pur essendo teoricamente realizzabile a Trattati invariati, come sostiene Juncker, rischia di urtarsi con oggettive difficoltà istituzionali. Occorrerebbe quindi modificare i Trattati al fine di eliminare gli elementi di contraddizione presenti nelle attuali disposizioni. Proprio ciò che intende fare il Presidente Macron portando la riforma su un piano politico, seppur mirando al medesimo risultato istituzionale.

Fedele alla sua impostazione generale di agire nel quadro dei Trattati esistenti, Juncker si dichiara favorevole a proseguire l’esperienza politica degli Spitzenkandidaten al fine di migliorare la partecipazione democratica dei cittadini alle scelte fondamentali dell’Unione europea. Si tratta di ripetere anche nel 2019 l’esperienza che lui stesso ha fatto alle scorse elezioni: ogni famiglia politica europea designa un proprio candidato che verrà eletto Presidente della Commissione europea nel caso in cui il suo partito risulti vincente. Essendo solo un impegno politico davanti agli elettori questa modifica sostanziale della procedura di elezione del Presidente della Commissione non necessita una esplicita riforma dei trattati, ma si poggia sulla garanzia istituzionale di un voto di fiducia da parte della maggioranza del Parlamento europeo per eleggere la nuova Commissione, come già abitualmente accade.

La stessa esperienza potrebbe essere ripetuta in futuro, magari legandola alla Presidenza Unica, ma già da più parti emergono proposte per rendere maggiormente trasparente la scelta del candidato presidente di ogni singolo Partito in modo da dare ai cittadini voce in capitolo. Per esempio, il Partito dei Socialisti Europei ha fatto propria la proposta di Matteo Renzi di indire delle primarie pan-europee per la designazione del suo candidato alla Presidenza della Commissione, mutuando l’esperienza delle primarie di coalizione del centrosinistra italiano. Seppur di grande impatto per la costruzione di una Europa realmente politica, pur essendo per sua stessa natura una proposta meramente di metodo di selezione democratica, sarebbe solo facoltativa e dunque non richiederebbe alcuna modifica dei Trattati, come auspicato da Juncker. Purtroppo l’idea di creare delle liste transnazionali per rimpiazzare i seggi lasciati vacanti dalla Brexit che avrebbe rafforzato ulteriormente la creazione di una vera Arena politica europea in cui tutte le forze politiche si sarebbero potute confrontare attraverso una base comune, non ha passato il vaglio del plenum del Parlamento europeo.

Di contro Macron nel suo ultimo discorso a Strasburgo ha rilanciato l’intenzione di organizzare delle Convenzioni Democratiche dei cittadini europei al fine di estendere il dibattito sul futuro dell’Europa, ma non ha specificato se queste siano solo uno strumento per approfondire alcuni temi con contributi dei principali stakeholders sociali o siano concepite come strumento per democratizzare realmente le procedure di revisione dei trattati, accelerandone i tempi grazie all’emergere di una auspicata volontà popolare. In ogni caso l’ultima parola spetterebbe ai governi, tradendo la richiesta di attribuire la decisione finale direttamente ai cittadini per costruire finalmente quell’Europa Politica invocata da più parti. Per far ciò basterebbe che al termine del percorso delle Convenzioni si tenesse un Referendum europeo che tramite la doppia maggioranza dei votanti e dei paesi potrebbe approvare direttamente il nuovo testo del trattato.

In definitiva solo con strumenti che consentano la partecipazione attiva dei cittadini a livello europeo si riuscirà a superare le mediazioni delle rappresentanze a livello nazionale, spesso foriere di ostacoli artificiali che non hanno nulla a che fare con un processo d’integrazione comune. Solo l’attuazione di riforme coraggiose riusciranno a costruire quella Arena politica europea grazie alla quale i cittadini potranno esprimere in pieno la propria volontà, dando nuova legittimazione democratica e nuovo slancio politico ad un processo d’integrazione fermo di fronte ad un bivio: rimettere indietro le lancette della storia o andare avanti verso gli Stati Uniti d’Europa.

Immagine da Giuseppe Simeone

di Paolo Acunzo