Trasparenza e anticorruzione. Brutta pagina della Regione Lazio

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Trasparenza e anticorruzione. Brutta pagina della Regione Lazio

Ha destato stupore la decisione del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, di rimuovere dall’incarico il direttore della Direzione controllo e vigilanza, nonché responsabile Anticorruzione, Pompeo Savarino, solo perché questi aveva denunciato l’irregolarità di una nomina compiuta proprio dalla giunta regionale. Una decisione, peraltro, poi bocciata dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, che ha sollevato un gravissimo rilievo sul possibile atto ritorsivo contro il dirigente preposto al controllo e all’anticorruzione.

Ma facciamo un passo indietro. Lo scorso febbraio, dopo una verifica sui conti che aveva evidenziato alcune criticità di natura finanziaria e contabile, la Regione Lazio ha commissariato l’istituto pubblico (Ipab) che si occupa della gestione dell’incantevole Villa Piccolomini, nel cuore della Capitale, e ha nominato per l’incarico di commissario Stefano Acanfora, il direttore della Centrale acquisti regionale.

L’attività di controllo svolta dal direttore Savarino ha però sollevato interrogativi sul corretto comportamento di Acanfora che avrebbe dichiarato il falso, attestando di non ricoprire incarichi esterni alla pubblica amministrazione, né di svolgere attività professionali, quando invece risulterebbe titolare di cariche e qualifiche in alcune società private.

Il 19 marzo scorso, Savarino, in veste di responsabile anticorruzione, scrive al direttore del personale della Regione, Alessandro Bacci, segnalando che Acanfora avrebbe dichiarato il falso già nel 2016 quando, assumendo l’incarico di direttore centrale per gli acquisti, aveva specificato di non svolgere attività libero professionale, e chiede lumi sull’attività di accertamento svolta a suo tempo da Bacci. Lo stesso giorno, la falsa attestazione spinge Savarino a non firmare il provvedimento di nomina di Acanfora e a procedere con una denuncia alla procura della Repubblica.

Due giorni dopo, il 21 marzo, la giunta regionale, che in seguito alle elezioni ancora non si è costituita (il solo componente è il presidente Nicola Zingaretti) e dunque potrebbe svolgere solo funzioni di ordinaria amministrazione, con una delibera decide di sopprimere l’intera Direzione controllo e vigilanza, rimuovendo dall’incarico Savarino e altri quattro dirigenti. Dunque, curiosamente, non solo di rimuovere i dirigenti, ma proprio smantellare l’intera struttura preposta all’attività di prevenzione delle malversazioni interne all’ente.

Adesso, a distanza di un mese, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, boccia la delibera della Regione, che porta la firma anche del segretario generale Andrea Tardiola. Cantone e l’Anac, infatti, hanno rintracciato “un ‘fumus’ di connessione tra la revoca dell’incarico a Savarino e l’attività da questi svolta in materia di prevenzione della corruzione”.

In Italia, insomma, dopo i fiumi d’inchiostro e il fiato perso da anni in materia di anticorruzione e trasparenza, può accadere una vicenda simile, che trasforma la Regione Lazio nel contesto ideale per girare un film da prima serata di Raiuno ma che, pure, fatica a trovare – nonostante la pubblicazione di alcuni articoli di stampa – la doverosa attenzione dei media. C’è da chiedersi cosa sarebbe accaduto se la vicenda si fosse svolta in una regione diversa dal Lazio e con un protagonista diverso da Zingaretti.

Così come per l’antimafia, cerchiamo di parlare meno e fare di più. Un approccio formalistico all’anticorruzione non serve a nulla. Occorre portare avanti una cultura della trasparenza e dell’anticorruzione che si rifletta non solo nei convegni, nei seminari e nella compilazione di moduli e certificazioni ma che sia effettiva, reale, concreta, che si trasferisca in delibere e atti diversi da quelli che hanno animato questa brutta pagina scritta dalla Regione Lazio.

dal sito www.lettera43.it