Turchia, Erdogan si affida alla Banca centrale per uscire dalla recessione

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Turchia, Erdogan si affida alla Banca centrale per uscire dalla recessione

Dopo settimane in caduta (meno 18 per cento sul dollaro in un mese), la lira turca rimbalza: l’intervento dell’autorità monetaria sui tassi e l’avvio della riforma sul sistema di calcolo viene visto dai mercati come un passo indietro del presidente. Il quale si avvia a elezioni anticipate prima che inflazione e debito estero peggiorino

MILANO – Le ha provate tutte pur di non dover ammettere di essere incapace a governare la crisi economica che da inizio anno sta colpendo duramente la Turchia. Ma di fronte alla caduta della lira, l’inflazione galoppante e una bilancia dei pagamenti sempre più in difficoltà, anche Recep Erdogan si è dovuto arrendere. Dopo aver tentato, secondo la maggioranza degli analisti internazionali, di guidare la politica economica anche in campi che non competono al governo, Erdogan ha dovuto fare un passo indietro e lasciar via libera alla Banca centrale. La quale non solo è intervenuta quattro giorni fa con un rialzo record dei tassi di interesse (oltre 300 punti base, pari a una crescita del 16,5 per cento del costo dl denaro) nel tentativo di fermare il rialzo del dollaro nei confronti della valuta locale, ma sta anche studiando un complesso meccanismo per dare un nuovo equlibrio al sistema di calcolo degli stessi tassi.

Per la prima volta dopo molte settimane, oggi alla riapertura dei mercati, la lira turca ha guadagnato rispetto al dollaro: un rialzo dell’1 per cento che nel mercato delle valute è sempre degno di nota. Questo non tanto per le misure messe in atto, i cui risultati congiunturali non potranno che vedersi su un periodo di tempi più lungo, ma in quanto gli investitori internazionali hanno riconosciuto il passo indietro di Erdogan e un nuovo ruolo da protagonista degli organismi proposti alla politica monetaria. In altre parole, al nuovo protagonismo della Banca Centrale.

Del resto, dopo aver tentato di distrarre l’opinione pubblica con interventi militari in Siria, sogni di grandezza nell’area medieorientale e craezione di nemici esterni, Erdogan ha dovuto riconoscere il ruolo degli organismi indipendenti come la Banca Centrale. Gli ultimi eventi negativi a livello macro, su cui si è innestata la speculazione finanziaria come sempre avviene in situazioni di debolezza, hanno reso inevitabile gli ultimi avvenimenti. Soprattutto dopo quanto accaduto sui mercati: la lira turca ha perduto il 18 per cento in un solo mese sul dollaro (di fatto nelle ultime due settimane), portando al 25 per cento la pardita di valore sulla divisa americana da inizio anno. Ma non solo: le imprese turche, per quanto cresciute molto negli ultimi anni, sono fortemente indebitate con l’estero: si calcola che abbiano in corso prestiti in dollari per 295 miliardi. Paccato che la stragrande maggioranza delle aziende lavori per il mercato interno, dove incassano in lire, pur essendo esposte sul dollaro. Poi c’è il capitolo debito pubblico: a preoccupare gli analisti finanziari che poi danno indicazioni a chi investe, non è tanto il tasso di interesse che pagano i titoli di stato in questo momento, per quanto abbia raggiunto livelli record con il decenneale che sfiora ormai il 16 per cento, quanto il fatto che i rendimenti dei titoli con scadenze più brevi, pagano un tasso superiore a quelli con scadenze più lunghe. In condizioni economiche normali è esattamente il contrario: questo significa che gli investitori internazionali danno poche chance di ripresa alla Turchia nei prossimi mesi e “prestano” soldi solo in cambio di guadagni generosi, anche se rischiosi.

In definitiva, la Turchia sta vivendo una situazione simile all’Argentina. Se non altro, i fondamentali dell’economia turca sono più più solidi e il governo Erdogan si è portato avanti con il lavoro rispetto a Buenos Aires. Il prestito con il Fondo Monetario Internazionale al quale sta lavorando il presidente Mauricio Macri, la Turchia l’ha già ottenuto negli anni scorsi, anche se non lo ha mai utilizzato. Pur quanto difficilmente lo farò ora, visto che il paese va verso elezioni anticipate che si terranno a fine giugno: secondo gli osservatori di politica internazionale, Erdogan ha accelerato le votazioni per ottenere una nuova investitura popolare prima che le difficoltà dell’economia lo mettano in difficoltà e lo indichino come responsabile della crisi.

dal sito www.repubblica.it