SOVRANISMI ED EURO-EGOISMI

Rene Schute, Hold On
                         Renè Schute, Hold On

In un recente editoriale sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia ha accusato “l’ideologia europeista” – e con essa, si suppone, i suoi sostenitori – di “essere riuscita a delegittimare alla radice la dimensione della nazione in generale”, screditandola agli occhi delle opinioni pubbliche interne al punto da farla percepire come il fondamento culturale su cui i movimenti politici sovranisti hanno iniziato a diffondere le loro idee scioviniste e xenofobe. L’editoriale lascia intendere che quest’opera di delegittimazione abbia finito per nuocere ai soli europeisti (e quindi all’avanzamento del processo di integrazione, ormai paralizzato), contribuendo a ingenerare un diffuso sentimento di rivalsa appunto sfociato nelle rivendicazioni politiche del primato nazionale.
L’elenco dei meriti che il concetto di nazione può vantare è lungo e significativo: dal liberalismo alla democrazia, dalla libertà religiosa alla trasformazione dei sudditi in cittadini, dalle elezioni a suffragio universale all’istruzione obbligatoria, al Welfare e alla sanità pubblica. Leggendolo, mi è subito venuto in mente un elenco simile, quello che nei libri di storia del liceo era volto a riabilitare un periodo per lungo tempo ingiustamente descritto in termini di “oscurantismo e barbarie”: il medioevo. Al quale, com’è noto, si devono, invece, l’apertura al commercio, le banche, lo sviluppo dell’artigianato e dell’urbanizzazione cittadina, ecc. ecc.
Ma come l’età medioevale ha conosciuto trasformazioni e progressi che ne hanno consentito il superamento e il passaggio all’età rinascimentale, personalmente non comprendo perché l’età delle nazioni (rectius, degli Stati-nazione, che offrono, o almeno dovrebbero offrire, rappresentanza democratica a gruppi etnici, religiosi, linguistici e culturali tra loro diversi) non possa conoscere anch’essa la sua sublimazione in forme di cooperazione e aggregazione politica e istituzionale sovra-nazionali, del resto felicemente sperimentate sin dalla seconda metà del secolo scorso. Non comprendo, cioè, perché in un lasso di tempo relativamente breve – quattro o cinque anni – sia pure segnato dalle conseguenze della grave crisi economica globale iniziata nel 2008, si sia diffusa l’idea che quelle forme di cooperazione e aggregazione rappresentino, per gli stessi Stati che le hanno create, solo un fastidioso condizionamento e debbano essere soppresse.
Le pulsioni sovraniste, le spinte divisive e autonomiste, il rifiuto di regole comuni, sono tutte manifestazioni che precorrono scenari di derive autoritarie, ormai ben noti fuori dall’Europa: la Russia, la Turchia, la Cina, sono ciò che ci aspetta dietro l’angolo se continueremo a credere (e se continueranno a farci credere) di potercela fare da soli. Non credo che nessuno possa dimenticare, a meno che non intenda farlo in modo strumentale, che in Europa dopo Weimar sono arrivati i totalitarismi, e con essi le leggi razziali, il secondo conflitto mondiale e l’olocausto, impronte tragiche indelebili nella storia dell’umanità. Le Nazioni Unite, la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, le Corti internazionali e le stesse Comunità europee (e oggi l’Unione) non sono state create come un passatempo per politici, diplomatici o giuristi, ma come reazione forte e di principio alla constatazione dell’insufficienza della dimensione statale della tutela dei diritti e della dignità umana. Solo l’esercizio di un controllo internazionale sui comportamenti dei governi nazionali ha impedito, negli ultimi settant’anni (non proprio pochi) lo scoppio di nuovi conflitti globali. Chissà perché, su questo punto, i detrattori dell’europeismo sorvolano sempre.
E allora ben vengano le aperture della nostra Costituzione (contenute negli articoli 10, 11, e 117) ai vincoli europei e internazionali, che non vanno interpretate come rinunce alla nostra sovranità, ma come affermazioni della volontà di partecipare, con pari dignità, ai consessi internazionali in precedenza citati, nella banale consapevolezza che, nel mondo attuale, da soli non si va molto lontano.
Sono un convinto europeista. Da italiano lo sono ancora di più di qualsiasi altro cittadino europeo, perché l’Italia, con le sue enormi fragilità – politiche, economiche, sociali – e la presenza capillare della criminalità organizzata nel suo territorio, mai potrebbe permettersi il lusso di rinunciare al sogno europeo. Beninteso, questo non significa delegare in bianco alle istituzioni di Bruxelles l’esercizio di funzioni soggette al controllo democratico, ma di cooperare con esse per affrontare insieme i problemi e proporre le soluzioni. Le nazioni hanno ancora un senso se non pretendono di tornare a essere fortezze chiuse e invalicabili, come alcuni politicanti con poca memoria oggi vorrebbero.

 

di Nicola Colacino