AMATRICE E LA VOGLIA DI TORNARE ALLA NORMALITÀ. CHE NON È QUELLA DEL TERREMOTO

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Due anni fa, alle 3 e 36 del 24 agosto, una scossa interminabile di terremoto, di Magnitudo 6, con epicentro nei pressi di Accumoli, devastò il territorio dei comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, causando danni per miliardi di euro e 299 morti.
Le immagini del sisma fecero il giro del mondo: Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Militari, volontari arrivati da tutta Italia scavarono con le mani nude e con mezzi di fortuna per estrarre dalle macerie i superstiti, feriti e sotto choc, e i corpi straziati delle vittime del sisma.
Un’onda di solidarietà si propagò, come prima si era diffusa la scossa: ospedali, caserme, palestre, alberghi, soccorsi mobilitati, gente che interrompeva le vacanze per aiutare, alla faccia delle bugie sulla morte dell’empatia e sull’irrimediabile crollo dei valori degli italiani.
Solidarietà espressa anche dalle autorità dello Stato, che però non sono riuscite ad attivare un percorso di ricostruzione efficiente. Anche perché le successive scosse distruttive hanno azzerato la gran parte del lavoro che era stato fatto in un primo tempo: il Terremoto del Centro Italia ha coinvolto un territorio (il cosiddetto cratere) assai più vasto di quello colpito dalla prima scossa.
Il colpo micidiale del 30 ottobre, epicentro a Norcia, magnitudo 6,5, con fiumi che escono dal proprio letto e si mangiano le strade, paesi-gioiello come Visso resi completamente inagibili, i segni della terra che si apre sul profilo austero del monte Vettore, lo sciame che si ripropone incessante, con decine di migliaia di repliche che frustrano la speranza della gente, costretta a trovare riparo lontano da casa in un inverno rigido, col freddo e la neve a colpire, insieme alla terza mandata di scosse violentissime, a gennaio, spostate stavolta verso l’Abruzzo.
Un disastro che accomuna un pezzo della spina dorsale d’Italia, abituata a convivere da secoli col terremoto, ma impreparata a far fronte a tanta violenza distruttrice.
Amatrice, ancora oggi, rappresenta l’immagine di copertina del cataclisma. Un paesaggio irreale, con la Torre civica e una vecchia torre campanaria, un tozzo di muro rimasto in piedi della chiesa di Sant’Agostino, e due palizzate che segnano i limiti laterali di quello che resta di Corso Umberto. Di là c’è il nulla: le macerie che restano, sminuzzate e ammucchiate, dopo due anni di lavoro di chi cerca affannosamente di creare i presupposti della ricostruzione.
Le decine e decine di frazioni di Amatrice sono rimaste com’erano, o quasi: molte sono completamente distrutte, come i piccoli centri del comune di Accumoli, il cui territorio si è abbassato di 20 centimetri per effetto della prima scossa. I danni maggiori sulla quota della Via Salaria, la Statale costruita sull’antica via romana che collegava la Caput Mundi all’Adriatico.
Il lavoro da fare per ricostruire è ancora agli inizi. Con fatica si costruisce l’ambito normativo in cui dovranno operare imprese e professionisti, penalizzati dalla burocrazia, dalle stagioni fredde che rallentano il lavoro di sistemazione delle macerie e dall’illusione che bastino le SAE, le casine prefabbricate che sono state assegnate agli sfollati.
Tacendo delle lungaggini che hanno costretto gli sfollati a due anni di sradicamento in alberghi sfitti nelle vicine località balneari, non possiamo non intenerirci di fronte ai sorrisi con cui la gente ha accolto la possibilità di avere di nuovo una casa propria, anche se somiglia, troppo, a una baracca.
Si tocca con mano il desiderio di normalità della gente: le piante, i fiori, le pulizie che fervono, gli orticelli. Ho visto due girasoli prepotenti guardare il cielo con speranza, nelle casette di Poggio Castellano, quasi periferia amatriciana, che saranno messe a dura prova dalla neve e dalle temperature che d’inverno scendono sotto lo zero di dieci gradi e più.
La zona commerciale creata ad Amatrice restituisce agli abitanti la possibilità di lavorare, anche se è evidente che si tratta di una sistemazione provvisoria: i negozi sembrano arredati pensando a un tempo d’apertura limitato, somigliano a postazioni improvvisate di ambulanti che domani apriranno chissà dove.
Restano i militari a presidiare gli accessi di quella che era la zona rossa. Stanno lì a rappresentare un Paese in difficoltà, che non sa gestire emergenze troppo grandi per quest’epoca di confusione e di scarsa capacità di convergere davvero sul bene comune.
In questa situazione risalta l’opera di qualche irriducibile che, incurante delle difficoltà enormi, ha fin dall’inizio intrapreso un percorso di rinascita. Il caso della frazione amatriciana di Capricchia, dove alcuni residenti, aiutati dai tanti villeggianti estivi, hanno costruito una casa comune che ha raccolto gente da molti paesi, rimasta sola e desiderosa di rimanere sul posto, piantando un seme di ricostruzione.
La riprova che nel disastro emergono le qualità migliori della gente, disposta a sacrificarsi per aiutare gli altri, ciascuno col suo dramma che racconta orrendi lutti e disastri materiali. C’è chi ha perso tutto e chi è sopravvissuto ai propri cari, chi si è chiuso in un silenzio che è lutto e rifiuto dell’orrore, chi grida la propria rabbia, chi si aggrappa a quello che resta e chi scappa.
Gente che si è aiutata da sola, mentre le polemiche sulla ricostruzione che tarda a mettersi in moto negano l’opera meritoria di chi si è impegnato per aiutare, utilizzando risorse messe a disposizione dalla solidarietà di molti. Si legge in giro di piccole guerre tra poveri, di gente che si accusa di eccessi e di furbizie, quando è chiaro a chi ha occhi per vedere che tutti hanno il diritto di imprecare contro la sorte maligna.
Chi ha perso il tetto che aveva sulla testa, chi il luogo di lavoro, chi la casa degli affetti di famiglia, dove tornare a passare le ferie: anche se è chiaro che ci sono differenti livelli di danno subito, è del tutto logico immaginare un danno del cuore che accomuna tutti. Come tutti accomuna il terrore: chi ha vissuto i momenti terribili della scossa ne porta i segni.
L’ansia, l’insonnia, il dispiacere, l’impossibilità di raccontare l’accaduto per mancanza di parole che davvero rendano l’idea dell’incredibile. In fondo a tutto, l’incapacità di spiegare, per tecnici e per profani, le spaventose ferite lasciate da un evento che sulla Terra si ripete con cadenza quotidiana, senza che ne derivino dolori e danni paragonabili a quelli rilevati qui, o nella vicina L’Aquila, o in troppe altre circostanze disastrose del passato.
Qualcosa che riconduciamo alla tecnologia delle costruzioni, alle carenze dei materiali, agli errori umani, e che forse deriva anche dalla mancanza di conoscenza profonda del funzionamento dei terremoti e dei danni che possono provocare alle cose, e quindi alle persone.
A margine, gli imbonitori e i ciarlatani che raccontano di poter prevedere le scosse con questa o quella misurazione miracolosa, in una terra dove il magico è tradizione, se è vero che la frattura della faglia del Vettore si chiama Via delle Fate e racconta della fuga delle fate dal piede caprino dalle feste danzanti di Foce, paese adagiato sui fianchi della montagna, che oggi, come gli altri, non esiste più. Le fate scappavano per anticipare il sorgere del sole e salivano sui fianchi della Sibilla, luogo dove si sono perpetuati dal medioevo in poi riti pagani ormai vietati dall’ortodossia religiosa, e poi ancora riti di negromanti e liturgie sataniche.
Qualunque cosa, insomma, pur di spiegarsi perché, a un certo punto della notte, si sia scatenato un simile inferno. Che oggi si cerca di dimenticare, tornando alle abitudini di prima, feste agostane incluse, anche se non si sa dove andare a dormire, dove mettersi a danzare, dove appoggiarsi per cucinare uno spaghetto all’amatriciana.
Il desiderio di normalità è infinito. La speranza di tutti è che sia questa l’occasione in cui portare all’indietro l’orologio della storia, a prima dello spopolamento della campagne, al tempo felice in cui in queste zone si viveva e si lavorava nella speranza di un domani migliore.
Una speranza che il terremoto sembra aver cancellato, ma che era sul punto di morire già prima: non ce lo dimentichiamo.

Immagine dal sito postpank.wordpress.com

di Pancrazio Anfuso

Articolo pubblicato sul sito www.lastampa.it