Ore 3.19, trema la terra: case sventrate. Incubo terremoto alle pendici dell’Etna

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Ore 3.19, trema la terra: case sventrate. Incubo terremoto alle pendici dell’Etna

Nella notte di martedì scosse fino a 4.8 gradi. Danni agli edifici e 30 feriti. Oltre 600 sfollati: «Crollava tutto»

Prima l’eruzione dell’Etna e la pioggia di cenere vulcanica, accompagnate da un infinito sciame sismico che dalla vigilia di Natale a ieri conta oltre mille scosse. Poi i disagi per le chiusure a singhiozzo dell’aeroporto di Catania, nei giorni affollati delle feste, proprio per la cenere. E ieri notte, alle 3,19, un forte terremoto di magnitudo 4.8 che ha scosso quasi tutta la Sicilia orientale e provocato gravi danni in una manciata di Comuni e frazioni sul fianco orientale del vulcano, una zona che vulcanologi e sismologi da sempre tengono sotto controllo per la sua pericolosità. Bilancio: una trentina di feriti leggeri, tetti e pareti di case crollate, decine di altre costruzioni lesionate, chiese gravemente danneggiate, migliaia di persone in strada, impaurite. Vigili del fuoco e ambulanze sono arrivate subito, la protezione civile ha attivato tutte le sue strutture e in mattinata il capo del Dipartimento, Angelo Borrelli, con il prefetto di Catania Claudio Sammartino, ha presieduto un vertice per la prima emergenza: «Lavoriamo per assistere la popolazione, le persone che sono rimaste fuori dalle case, per dar loro un ricovero e verificare l’agibilità degli edifici», ha spiegato. Nelle zone terremotate ciò che si vede a occhio nudo sono i tanti danni e la grande paura. E la retorica un po’ spaccona del «tanto qui siamo abituati» stavolta sembra scomparsa.
La via Vittorio Emanuele è una lunga strada che attraversa l’abitato di Fleri, frazione di Zafferana Etnea che il terremoto lo ha vissuto in passato. L’ultima volta che su questa strada si erano viste macerie e dolore era l’ottobre del 1984. Vennero giù in pochi istanti, per una scossa che fece anche un morto, case, rimesse, casolari; della chiesa dedicata a Maria Santissima del Rosario, poi ricostruita, era rimasta solo la facciata. Dietro era un cumulo di macerie. Come adesso. Solo che stavolta pure la facciata è danneggiata e quella stella cometa precipitata sugli scalini di ingresso dalla sommità del portale sembra la fine di ogni cosa. «Bisognerà ricostruirla, fortificarla ancora», dicono a Fleri. Questa chiesa è un simbolo perché durante la Seconda guerra mondiale furono nascoste qui le reliquie e il tesoro di Sant’Agata, patrona di Catania, nel timore che le truppe tedesche le rubassero dalla Cattedrale del capoluogo.
Adesso c’è da pensare a chi non può tornare nella sua casa o nel suo negozio perché danneggiato. Per la Regione Siciliana ci sono almeno 600 sfollati, andranno in palestre e in hotel. «È chiaro che alcune case andranno abbattute, speriamo non siano troppe», spiega un tecnico comunale durante i primi sopralluoghi. Dopo l’84 c’era stata una lenta ricostruzione: «Per fortuna le nuove case hanno retto – dice Salvatore, un anziano che si copre con un plaid rosso – sono venute giù solo le pareti interne ma siamo tutti vivi». In realtà anche alcune di queste nuove costruzioni, come quella che a pochi metri dalla chiesa ospita una macelleria, appaiono seriamente danneggiate. «Io lavoro in Veneto – dice un giovane che ha accanto la moglie – eravamo tornati per le feste di Natale con i nostri figli di due mesi e un anno; sono caduti i calcinacci nella culla, abbiamo deciso di rientrare subito». La violenza della scossa si comprende anche guardando la strada, lesionata in più punti. È la «faglia Fiandaca», che poi è la responsabile di tutto questo sfacelo: qui, e a Zafferana, e nei paesi e nelle frazioni di Santa Venerina, Aci Sant’Antonio, Aci Catena, Acireale. Di fronte la chiesa lesionata di Fleri c’è la strada che va verso alcuni di questi territori, come Fiandaca, frazione di Acireale con il nome della faglia. C’è una contrada con gli antichi muri a secco di pietra lavica, distrutti. Da una villetta a due piani, gli occupanti stanno per andare via dopo aver caricato l’auto di valigie: è la famiglia Leonardi, padre, madre e tre figli di 1, 3 e 5 anni: «Abbiamo avuto molta paura – dice la signora – una scarpiera è caduta e ha bloccato la porta d’ingresso della stanza dei bambini, quando l’abbiamo aperta volevamo scappare ma non si riusciva ad aprire la porta d’ingresso».
Vicino Fiandaca c’è Pennisi, altra frazione di Acireale, dove davanti alla chiesa Maria del Carmelo c’era una statua di Sant’Emidio d’Ascoli, protettore dai terremoti, e non è un caso che stesse lì, in quell’area storicamente molto «ballerina». Solo che ora è a terra, spezzata, come il campanile che non c’è più. «Il santo ci ha protetti perché non è morto nessuno», ha detto il parroco del paese. Nelle campagne ci sono lunghe fenditure come quelle delle strade ma larghe un metro e profonde almeno due. Lì vicino Giuseppe Calì guarda sconsolato la villetta che stava finendo di costruire: «Il terremoto l’ha spostata, le pareti sono crollate, e ho saputo solo ora che la faglia ci passa sotto». Ancora più giù c’è Santa Venerina. Anche qui il sisma ha fatto danni, come nel 2002. E ad Aci Sant’Antonio è la chiesa madre a essere danneggiata.
Adesso cosa accadrà? I segnali colti dagli esperti dell’Osservatorio etneo dell’Ingv, che considerano questa scossa «un evento singolo» slegato dallo sciame, non sono confortanti. Ieri la colata di lava che dal 24 dicembre fluiva nella desertica Valle del Bove di fatto si è arrestata. Ma non è una buona notizia: «Lo sciame sismico della vigilia di Natale non si è fermato – spiega il vulcanologo dell’Ingv Marco Neri – significa che c’è un’intrusione magmatica laterale che mette sotto stress una parte ampia dell’edificio vulcanico. La lava sta spingendo da qualche parte. E potrebbe trovare una strada anche al di fuori della Valle del Bove, verso Piano del Vescovo». Cioè in zone vicine a centri abitati. E questo è lo scenario che preoccupa davvero.

dal sito www.lastampa.it