I GIORNI DELLA DIMENTICANZA

Opera di Rafal Olbinski (Tutt'Art@)
            Opera di Rafal Olbinski (Tutt’Art@)

È una parola italiana, italianissima, tra le più italiane che ci siano. È il dimenticatoio, quel luogo immaginario della dimenticanza dove tutto va a finire.
E dove sta finendo l’Italia, che si dimentica tutto quanto, la propria storia, quando c’era il fascismo, quando eravamo poverissimi e a milioni attraversavamo il mare, quando non c’era la democrazia. Tutto quanto nel dimenticatoio.
Un mobile, un anfratto, un magazzino? Forse sotterraneo, per gli esseri umani e il loro corpo ultimamente è subacqueo.
Non sappiamo come sia fatto, il dimenticatoio. E se lo sapevamo ce ne siamo dimenticati.
La definizione riportata dai vocabolari è chiara: «La sede immaginaria della dimenticanza», «La sede immaginaria dell’oblio», «Quasi abituro della dimenticanza».
Dicono i dizionario che è scherzoso. Stefano Bartezzaghi lo ricorda e mi scrive: «Così, a memoria (per l’appunto), ti posso dire che “dimenticatoio” è una delle metafore cretine con cui Arbasino se la prendeva negli anni Settanta: scriveva (lo ha fatto più volte) “chi ha mai visto un dimenticatoio? Come è fatto? Quanto è capiente?”. Bisognerebbe sondare libri come Fantasmi italiani o Un Paese senza ma se dovessi dire di qualcuno che ha messo il lemma in relazione con il discorso pubblico italiano, questo è stato lui. Un Paese senza si apre con una lista di locuzioni che completano il titolo e il primo della lista è «Un Paese senza memoria»: «Un Paese senza memoria collettiva e capillare di sapere collettivo, storia collettiva, realtà collettiva, conoscenza collettiva» (Un Paese senza, Garzanti, Milano 1980, p. 7)».
Bartezzaghi lo cita nel suo Io mi domando e ricorda un altro esempio, molto (a sua volta) scherzoso:
«Istituto artigianelli. Allestire per il saggio di fine d’anno un Dimenticatoio, uno Scaricabarile, un Soqquadro, una Chetichella, un Piacimento, un Detrimento, un Menadito, un Pateracchio, un Repentaglio, un Guazzabuglio, uno Scilinguagnolo, un Marchingegno, un Cagnesco, un Visibilio, un Sollucchero» (nello stesso luogo, p. 167).
Non c’è molto da ridere, in verità, se il dimenticatoio lo si prende sul serio. Fa rima con levatoio, ci porta via qualcosa. Ci sottrae.
Sarà per eccesso di storia, di una storia troppo lunga, ma l’Italia ha un grave problema. Un’amnesia generalizzata. Conta solo ciò che sta accadendo ora. Tutto ciò che c’era prima non ci importa. Tanto che qualcuno in Italia oltre che fascista può simpatizzare anche per il nazismo. Come se nulla fosse accaduto. Viviamo così, nella dimenticanza.
Dimentichiamo e scordiamo, fuori dalla mente e lontano dal cuore, anche.
E se tutto ciò che è memoria finisce nel dimenticatoio, è presto sostituito da un complottismo permanente, guarda caso uno degli elementi che per Umberto Eco caratterizza il fascismo eterno. Quando ricordiamo, spesso ce lo siamo inventati. Abbiamo ricordi fake. Un qualunquismo proiettato sul passato, così da spiegare il qualunquismo presente. La nostra identità è quella dello smemorato di Collegno, controversa, spesso contraffatta, dibattuta polemicamente tra tifosi. In eterna questione. Scriviamo storie nel passato, del passato. Romanziamo. Ci raccontiamo solo ciò che è ci fa comodo, per l’oggi, unica nostra ossessione.
Ci sono eccezioni, certo. Non c’è però corso storico, c’è solo ricorso, perché tutto ciò che ci interessa del passato è da usare in chiave polemica e attuale.
Per non parlare della coerenza. Quella è spacciata, proprio. Nella parola pubblica Aristotele è stato sequestrato, la contraddizione nemmeno si pone, semplicemente ci siamo dimenticati cosa si era detto. Non c’è «heri dicebamus», ciò che sostenevamo in passato, anche di recente. Conta ciò che diciamo ora, non fa niente che sia il contrario di ciò che abbiamo sempre sostenuto. Solo gli imbecilli non cambiano mai idea, si suole ripetere. In verità si tratta di smemoratezza. «Dov’eravamo rimasti?» è una domanda che non trova risposta.
Non ci ricordiamo come mai alcuni articoli della Costituzione siano scritti così, anzi non ci ricordiamo proprio la Costituzione. Non ci ricordiamo da dove vengono le Convenzioni internazionali, che tutti i giorni sono ridicolizzate da chi governa e nel dibattito pubblico. Non ci ricordiamo da dove nasce il razzismo che ha condannato milioni di persone, ebrei, rom, omosessuali. Non portiamo rispetto alle minoranze, in alcuni casi le disprezziamo. Nel dimenticatoio c’è un’intera biblioteca, un’enciclopedia vi trova posto. Le sue voci, però, sono tutte alla rinfusa.
Ci siamo dimenticati dell’umanità. Non hanno nome per noi, i morti. Più che morti, sono dispersi. Chi l’ha visto, chi li ha visti? La risposta è immediata: nessuno.
Se c’ero, dormivo. E se dormivo, sognavo. E se sognavo, sognavo che non c’ero.
La modernità ha sperimentato numerosi progetti per ricordare: era la mnemotecnica. Ora quella l’affidiamo ai dispositivi elettronici, non a quelli morali. È solo tecnica, non ci appartiene più.
Scusate, insomma: ce ne siamo dimenticati. E ci siamo dimenticati della complessità, e giorno dopo giorno ci dimentichiamo di che cosa accade. Ci dimentichiamo del resto del mondo. Dimentichiamo nella storia e nella geografia, anche. Non ci riguarda. E quando ci riguarda ricacciamo indietro il pensiero.
E se nulla del passato ci importa, perché ci dovrebbe importare il futuro? Faticoso, complesso, incerto. Non fa per noi.
Quel personaggio di Borges che tutto ricordava, a un certo punto, dice: «La mia memoria, signore, è come un immondezzaio». Anche la nostra. Solo che non sappiamo più dove l’abbiamo messo, quel ‘contenitore’ che non sappiamo cosa contenga. Ci siamo dimenticati l’esatta posizione del dimenticatoio. Tirare fuori da lì le cose diventa ogni giorno più difficile. Impossibile.
Perché è l’Italia il dimenticatoio.

di Giuseppe Civati