Temere chi si ama

Opera, Olimpia Zagnoli
                        Opera, Olimpia Zagnoli

Memoria di una esperienza vissuta per molti anni vicino ad una famiglia colpita da questa terribile e ancora oggi non completamente conosciuta patologia cerebrale. Ad un ventenne, neo diplomato viene diagnosticata la terribile diagnosi: Schizofrenia. Corrono gli anni sessanta e quindi è immediato il ricovero in manicomio e iniziano le terapie previste in quel periodo. Data la instabilità del paziente si ricorre anche al letto di contenzione e, nei momenti più critici, anche alla nota “camicia di forza”. Quando la violenza del paziente aumentava in misura di difficile controllabilità si usava persino il famigerato “Elettroshock”: applicazioni di scariche elettriche a livello cerebrale per non menzionare poi la prescrizione di una sorta di cadenzate gocce di acqua gelata sempre in zona cerebrale. Questi interventi erano conseguenti ad una incontrollabilità del paziente, con particolari manifestazioni dello stesso di accentuata violenza. Tralascio la descrizione di tali accanimenti in quanto non è difficile immaginare la violenza di un giovane mediamente robusto, con le forze moltiplicate dalla crisi tipica della schizofrenia. Si deve comunque sottolineare che questi attacchi sono generalmente diretti verso le persone più vicine sentimentalmente al paziente. Atteggiamento comune a genitori, sorelle e fratelli è quello di un assoluto silenzio in ogni direzione possa essere esercitato, portando avanti una sorta di pudore come se la patologia fosse una vergogna da nascondere al mondo. Questa terribile, tragica altalena comincia ad interrompersi negli anni fine settanta ed inizio anni ottanta con la nota legge Basaglia, che rivoluziona sia i sistemi di cura con la chiusura dei manicomi, sia con la abolizione di quelle terapie precedentemente descritte. Una vera e propria rivoluzione terapeutica ed inoltre anche coinvolgendo il paziente stesso sollecitato ad avvicinarsi alla vita di relazione e dove possibile, anche lavorativa. Tutto questo ,ovviamente, non è semplice ne indolore. Infatti si richiede il consenso del malato al ricovero e a volte si verifica anche il rifiuto ad assumere i nuovi farmaci calmanti che la ricerca farmaceutica mette a disposizione. Questi contrasti provocano spesso una opposizione da parte del paziente non certo tranquilla. Ma tutto questo passa sotto silenzio per i motivi che ho giù esposto. Naturalmente tutto questo genera un ulteriore aggravio di responsabilità sui familiari che si va a sommare alla costante ansia provocata, giorno e notte, dal timore di improvvise crisi di violenza della sopita ma non risolta patologia. Per concludere con un fatto positivo devo dire di essere riuscito ad inserire il paziente in una struttura lavorativa di conduzione clericale, che sicuramente giova al completamento delle nuove terapie mediche e di inserimento sociale. Un ultimo pensiero voglio dedicarlo alla Famiglia del paziente che, per qualità assistenziale e per costanza di amore merita riconoscenza e tutto il bene possibile in questa tragica situazione. Il mio inguaribile ottimismo mi impone di ripetere “Spes Ultima Dea”.

di Antonio Somasca