“I MARTIRI NON SONO SOLO DELLA CHIESA PER LA CHIESA, SONO PER IL MONDO”

9AFD6D8C-222D-455B-9DE2-A3B230F2EBB8 - Fra Agnello Stoia - Immagine di Fray Dario - 350X200

Tanta gente in strada, c’è aria di festa per le celebrazioni nazionali della Liberazione. Niente valigia, appena il necessario in uno zainetto e parto di nuovo per l’America latina. Stavolta la permanenza oltreoceano sarà ancora più breve. A chi mi ha chiesto “parti ancora?” ho risposto “vado un attimo in Argentina!”.

Molti confratelli di Santi Apostoli sono partiti prima, mi hanno già preceduto a La Rioja, dove abbiamo appuntamento con altri frati provenienti dal Continente latinoamericano per celebrare un tinkunaco – un incontro, come dicono los riojanos in lingua indigena – un grande evento: la beatificazione di quattro martiri, di cui uno frate francescano conventuale. La Rioja è il capoluogo dell’omonima Provincia, al nord dell’esteso territorio argentino. Tra il 18 luglio e il 4 agosto 1976 questa terra è stata bagnata dal sangue del vescovo Enrique Angelelli e dei suoi collaboratori, il prete diocesano don Gabriel Longueville, il laico Wenceslao Pedernera e il frate Carlos de Dios Murias. Sono stati uccisi a causa del vangelo, “el evangelio se hizo sangre en La Rioja” (Bergoglio). Sono stati uccisi perché quando il vangelo diventa proposta concreta per la costruzione di una società nuova, fondata sulla giustizia e sul bene per tutti, diventa pericoloso. Ovvio, pericoloso per chi intende l’autorità come esercizio di potere e non come servizio.

I militari del regime di Jorge Rafael Videla organizzarono diverse imboscate per decapitare un’organizzazione che aveva a fondamento il vangelo e i documenti del Vaticano II, il progetto pastorale diocesano redatto dal vescovo Angelelli ed i compagni che ne erano assertori convinti. Wenceslao si era addirittura trasferito con la sua famiglia nella diocesi della Rioja per realizzare il progetto di una cooperativa sociale, come il vescovo Angelelli suggeriva per opporre resistenza al dilagare della prepotenza dei latifondisti, a difesa dei coltivatori diretti.

I primi ad essere uccisi furono Gabriel e Carlos. Furono portati via dalla polizia, torturati e fucilati. Poi venne il turno di Wenceslao che, mentre cenava con la sua famiglia, fu percosso a morte davanti ai suoi cari: per gli assassini ebbe parole di perdono e ai familiari – No tengan odio – indirizzò le sue ultime parole. Infine il vescovo Enrique. La sua auto fu affiancata da altre due vetture e fatta schiantare contro un camion, per simulare un incidente automobilistico. Solo nel 2014 il tribunale civile argentino ha stabilito che fu un assassinio e non un incidente.

L’evento della beatificazione è un pellegrinaggio. Nella spianata appena fuori la città, in decine di migliaia, abbiamo assistito alla proclamazione dei quattro martiri come beati della Chiesa cattolica. Poi tutto questo fiume di gente si è sparso per la regione, percorrendo la “ruta de los martires”. Da Sanogasta, dove è sepolto Wenceslao, vicino casa sua – a tre ore di autobus, tra le montagne – a Los llanos dove il vescovo Enrique fu ucciso. Per poi proseguire fino a Chamical, al luogo del ritrovamento de corpi di Gabriel e Carlos e poi alla parrocchia El Salvador, dove hanno prestato servizio e sono sepolti. Così che tutta La Rioja è stata percorsa in questi due giorni, seguendo tracce di sangue.

Domani torno a Roma, il tre maggio è la festa dei Titolari della basilica, gli apostoli e martiri Filippo e Giacomo il minore. Il parroco non può mancare, anche se ho rischiato perché in Argentina è stato proclamato uno sciopero generale proprio in queste ore. Dovrò fare un percorso alternativo, altre ore in auto e km. Ma qui, in questi immensi spazi, pare che sia un fatto del tutto normale.

Torno a Santi Apostoli, torno nel giorno di santa Caterina da Siena, compatrona d’Italia insieme e a san Francesco, torno con consapevolezze rinnovate.
Per quanto frastornato dalla luce di questo posto incantevole, a tratti aspro, dai suoi colori, dai canti, dai racconti della gente, dai discorsi che ho udito, ho raccolto anche un fremito di indignazione, contenuto e dignitoso, di chi ha fatto ben intendere – parlando anche a nome di pochi altri – il silenzio imbarazzante che in questi 43 anni ha circondato questa vicenda. Silenzio della giustizia argentina, silenzio di molti vescovi. Questa memoria l’hanno tenuta viva in pochi, con grande determinazione e sacrificio, lottando per una causa giusta. Finalmente coronata. Un punto di arrivo, forse più di partenza ora che cala il sipario delle celebrazioni.

Sono stato alla beatificazione di uomini martiri. E i martiri non sono solo della Chiesa o per la Chiesa, sono per il mondo. In Argentina sono venuto a celebrare il martirio di persone che hanno dato la vita per il Signore e per il Regno di Dio che si traduce nella ricerca della giustizia, della solidarietà, nella difesa dei diritti umani, nella costruzione di una società pacifica, accogliente, in una economia del bene: se il Vangelo non si fa carne rimane lettera morta! E’ la grande eredità anche della Populorum progressio, che da qualche mese ha compiuto cinquant’anni. Paolo VI aveva rifiutato le dimissioni di Angelelli, sconfortato dal dileggio dei suoi confratelli, per i suoi discorsi e il suo piano pastorale. Lo aveva sostenuto e incoraggiato. Così da sempre la vita dei profeti…

In Italia non ce la passiamo tanto meglio. La “festa della liberazione” appena celebrata è ancora una patata bollente, è un terreno sdrucciolevole su cui nessuno cammina agevolmente nonostante il tempo passato. Più che la verità molto spazio l’ha preso la retorica che ha la speciale arte di manipolare, di galleggiare forse perché è vuota o perché non sta né in cielo né in terra.

In Italia nelle chiese non si venerano martiri per la resistenza… Gente come don Pappagallo, parroco a Rione Monti. Rossellini ci ha fatto il film Roma città aperta. Don Giuseppe Morosini, sempre rimanendo a Roma, e molti altri. Sono contento di venerare Paolo VI come santo e chissà quanti documenti verranno fuori con l’apertura dell’archivio del pontificato di Pio XII. Fu lui a volere san Francesco e santa Caterina patroni d’Italia il 18 giugno del 1939. Tutta la mole di documentazione che sarà disponibile da qui a qualche mese sarà una chance per riscrivere una pagina tanto dolorosa quanto luminosa della storia italiana, per la fede e la testimonianza di tanti preti e tanti laici.

Immagine di Fray Dario

La Rioja, 29 aprile 2019

 

 

 

di Fra Agnello Stoia