La missione all’Ospedale Italiano di Nazaret

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La missione all’Ospedale Italiano di Nazaret

Da qualche mese è iniziato il nostro ministero all’ospedale The Holy Family («L-aele l-muqaddas») a Nazareth, detto anche «Ospedale Italiano» oppure «Mustashfa Namsawy». Dico «nostro» perché si tratta di un servizio che vede impegnata la fraternità e non solo uno di noi. Come già accennato in un recente articolo Paolo ed io siamo coinvolti nella celebrazione quotidiana dell’Eucaristia con le suore di Maria Bambina e con i frati dei Fatebenefratelli (ordine fondato da San Giovanni di Dio e al quale appartiene la struttura) e ancora Paolo compie un importante servizio con la cura pastorale delle religiose nel sacramento della confessione.

Personalmente poi sono particolarmente chiamato alla visita dei malati in diversi giorni durante la settimana. Si tratta di un impegno non nuovo per la comunità in quanto già al Goleto, da diversi anni, svolgiamo questo tipo di attività.

Certamente qui a Nazareth la realtà si presenta per certi aspetti più complessa, ma per altri motivi maggiormente equipaggiata (da un punto di vista spirituale soprattutto).

La presenza dei fratelli dell’ordine ospedaliero e soprattutto delle suore facilità molto il mio compito perché, arrivando in reparto, vengo a contatto con malati già preparati all’incontro con me e disposti alla preghiera. In questa Terra infatti i cristiani sono molto disponibili a pregare nella loro malattia e in numerose occasioni ho potuto raccogliere una testimonianza di fede e di abbandono nelle mani di Dio, anche nelle situazioni più delicate e penose. Parlo anzitutto dei fratelli nella fede perché sono i primi destinatari del mio servizio. Questo rappresenta un punto delicato della missione: è necessario essere molto attenti e rispettosi e, per spiegarmi meglio, se in una stanza non vi sono cristiani ricoverati, non sempre è possibile passare e soffermarsi anche solo per qualche parola. Ma devo dire che al di là di queste attenzioni sono molti i casi nei quali è possibile instaurare un dialogo e un’amicizia a partire dalla comune esperienza di fragilità e di malattia, nonostante la diversa appartenenza religiosa.

Penso ad Isham, paralizzato in quasi tutto il corpo, musulmano convinto, che accoglie con benevolenza il mio passare e il mio saluto. Penso anche a Jamile, musulmana anch’essa, deceduta proprio questa mattina, la cui figlia nelle ultime settimane mi ha sempre chiesto di pregare su di lei che, con riconoscenza, accoglieva le mie parole.

Così anche alcuni pazienti ebrei, pur rimanendo giustamente fedeli alle loro tradizioni, accolgono con gioia la mia presenza e assistono in raccoglimento alla preghiera sui loro compagni di camera e di malattia.

L’ospedale non è molto grande ma raccoglie diversi reparti: dalla maternità alla geriatria, dalla medicina alla chirurgia, dalla respirazione forzata alla dialisi ed al reparto di cure oncologiche. Molti malati rimangono ricoverati per moltissimo tempo (anche per anni) e diversi sono in condizioni davvero difficili. La loro accettazione della malattia rappresenta per me un esempio ed uno stimolo a superare le piccole e (al confronto) banali difficoltà che posso incontrare nel mio cammino. Di fronte a loro, in più di un’occasione, ho sentito che non potevo permettermi di lamentarmi!

Le persone ricoverate in geriatria ed in respirazione forzata, come quelle che si recano in ospedale per la dialisi o la chemioterapia, spesso sono disposte a parlare della loro sofferenza, ed anche i loro familiari si lasciano coinvolgere dalla presenza dell’«abouna» che prega con loro e per loro. In diversi casi però i degenti non possono esprimersi in quanto la malattia gli nega la capacità di parlare. In questi casi stare davanti a loro senza fuggire, intuire i loro pensieri ed i loro bisogni, rappresentano gli unici mezzi per rimanere in dialogo e in ascolto.

In molti casi raccolgo queste parole: «L-hamdu li-llah» («Dio sia lodato») o «Nushkur Allah dayman» («Sempre ringraziamo dio»), da parte di musulmani o cristiani costretti a letto forse per il resto dei loro giorni. Si tratta dunque di un ministero umanamente davvero ricco che mette in discussione da diversi punti di vista, non ultimo quello spirituale. La perenne domanda dinanzi alla sofferenza e alla morte, «perché?», riaffiora ad ogni istante. Ma pure la gioia di tante famiglie che passano di lì per accogliere una nuova vita rappresenta uno stimolo molto significativo.

Condivido questa esperienza non tanto per parlare di noi o di quello che facciamo, quanto piuttosto per chiedere a tutti di portare nella preghiera questi nuovi amici.

Un capitolo a parte poi è l’incontro e la relazione che nasce e cresce con tutto il personale. Con le religiose e i religiosi in primis, con il gruppo di «Pastoral Care» formato da alcuni impiegati e infermieri, e con i medici, gli infermieri e tutti coloro che lavorano nella struttura. Anch’essi, cristiani, musulmani ed ebrei, formano con noi una famiglia che è chiamata a collaborare nell’unico intento di assistere le persone malate cercando di alleviare, ognuno nel suo ambito di lavoro, la sofferenza e la pena di molte persone.

Rimane profondamente vero quanto scriveva Izzeldin Abuelaish nel suo ormai famoso libro «Non odierò»: la medicina può essere realmente un campo nel quale si fa unità, ci si conosce nelle proprie differenze, si creano ponti di dialogo tra etnie e comunità diverse e si può crescere nella costruzione di una società e di una umanità più giusta.

dal sito www.jesuscaritas.it