HANDSHAKE BETWEEN CHRISTIANITY AND CHEMISTRY

Daniele da Volterra, c.1548, in the della Rovere chapel, Trinita’ dei Monti

Il prof. Kaare Lund Rasmussen del dipartimento di chimica presso la Southern Denmark University di Odense mi ha invitato presso questa Sede universitaria perché presentassi un contributo a un workshop. Ho aperto la rassegna di sette brevi conferenze, dove professori di Odense e di altre Università e studenti-ricercatori del dipartimento hanno presentato i loro progetti. Tutto in inglese, ovviamente, ma ho avuto l’onore di avere accanto la prof. Maria Perla Colombini dell’Università di Pisa (il miglior docente di Chimica in Europa – parola di Kaare!), che è stata così gentile da assistermi nella traduzione. Cosa ci facessi la in mezzo lo potete capire dal simpatico titolo che mi è stato assegnato: “Handshake between Christianity and Chemistry”.

Nei giorni passati mi domandavo come potessi impostare questo intervento, in modo che non si limitasse ad essere il semplice racconto delle collaborazioni con la SDU negli anni in cui ero a Montella o in questo periodo a Roma. Mi sono anche confrontato con il mio confratello archeologo fra Simone Schiavone che, negli anni tra il 2005 e il 2010, ha condotto diverse campagne di scavo a Montella e adesso fa anch’egli parte della comunità conventuale di Santi XII Apostoli. Durante l’esperienza montellese, abbiamo costruito un bel rapporto di collaborazione con la SDU e con altre università, il Suor Orsola Benincasa di Napoli e la Duke University del North Carolina. E adesso, con lo studio che sta affrontando sulle evidenze archeologiche della Basilica di Santi Apostoli e con lo studio che è seguito alla ricognizione degli apostoli Filippo e Giacomo, continuiamo a collaborare con diversi professori e ricercatori della Sapienza e di Roma-Tre, dell’Università di Genova, di Torino, di Lecce, del CNR-ITABC, dell’ISCR di Roma e la SDU di Odenza.

 

    Opera di Marco Rupnik, Foto da Collezione Privata

Questo importante background di relazioni con il mondo accademico rappresenta un evidente punto di partenza da cui ho preso spunto per il mio colloquio: un approccio molto positivo nei confronti della ricerca scientifica, avendo maturato nel tempo, in un clima di reciproca fiducia, solidi e fruttuosi rapporti con professori e ricercatori. Il DNA della nostra storia di Frati Minori Conventuali, da sempre, è in dialogo non solo con gli umanisti ma anche con matematici e scienziati ricercatori. E’ il professore della Sorbona, il filosofo Bonaventura da Bagnoregio, che scrive di Francesco d’Assisi che sapeva leggere nel grande libro della creazione e vi cercava le orme di Cristo e che tra le cose belle cercava il Bellissimo. Perciò tra le fila dei frati dell’Ordine si contano oltre a tanti teologi, filosofi e umanisti anche cartografi ed esploratori, economisti, matematici e scienziati.

L’handshake tra Cristianesimo e Chimica non produce una emulsione. Per quanto possa far sorridere, il titolo è simpatico e “azzeccato”. L’espressione di Giovanni, proprio all’inizio del suo Vangelo, «Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο» – il Verbo si è fatto carne (Gv 1, 14) – esprime il cuore del cristianesimo. Senza una carne non solo non c’è Gesù di Nazareth, il Cristo, ma non c’è neppure il cristianesimo. Per chiarire ogni dubbio su questa sconvolgente rivelazione l’evangelista Giovanni ha scelto bene le parole: non usa il termine “sòma” (corpo) che potrebbe essere suscettibile di interpretazioni filosofiche, ma “sàrx” (carne), indicando proprio una materia vivente, passibile, che nasce cresce e muore, e che può tranquillamente finire sotto un microscopio o su un tavolo operatorio! Nel suo Vangelo e nelle Lettere Giovanni respinge alcune tesi provenienti dal pensiero gnostico che tentavano di concettualizzare questo inaudito handshake, proponendo interpretazioni secondo cui il Verbo, di natura divina, si fosse presentato tra gli uomini solo “in apparenza” corporea.

Su come questa unione tra il Verbo e la carne, tra Cristo e i credenti per mezzo dello Spirito Santo, possa essere espressa e formulata c’è la lunga e densa storia del pensiero teologico che interessa meno questo amichevole colloquio. Tuttavia questa “unione” tra la materia e le Persone divine, questo handshake, è proprio l’oggetto della vita cristiana: la personale relazione del credente con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Scriveva un autore del XIV secolo della Chiesa ortodossa, Nicola Cabàsilas, nella sua “Vita in Cristo”, che mentre i santi erano in vita il Cristo era in loro: dopo la morte non abbandona le loro spoglie, è unito alle anime ma è congiunto ed è commisto anche a questa polvere sorda. Anzi, se è dato di trovare e di possedere il Salvatore in qualcuna delle realtà visibili, ciò è possibile proprio nelle ossa dei santi.

Molto spesso, quindi, sul tavolo dei laboratori delle Università, almeno da un secolo a questa parte, sono sottoposti ad analisi questa “polvere sorda” e “le ossa dei santi”. Vorrei farvi constatare che c’è una grande apertura da parte di chi conserva questi resti (reliquie) per il popolo cristiano a far condurre approfondite analisi e alla divulgazione dei dati, per diversi motivi.
Un primo motivo è dato dalla preoccupazione di conservare queste reliquie per le generazioni future. Constatare lo stato di conservazione ed eventualmente intervenire per preservarle è un atto responsabile da parte di chi le conserva. Ci sono specifici canoni ed istruzioni, soprattutto della Congregazione delle Cause dei Santi, che ne indicano le modalità.
Un altro motivo è dato dalla maggiore conoscenza che si può acquisire dai dati delle analisi sullo stile di vita, sulla dieta, sulla provenienza della persona cui quelle ossa appartengono e sul corredo di oggetti che le accompagna.
Altro motivo è dato dalla responsabilità di chi conserva le reliquie di confermarne l’autenticità, tenendo presente che la dichiarazione di autenticità è prerogativa dell’Autorità ecclesiastica.

Quando si sottopongono ad analisi le reliquie dei santi spesso c’è un grande fraintendimento. Il nocciolo della questione non è l’autenticità, poiché essa non dipende esclusivamente dal dato scientifico. L’ausilio delle scienze archeometriche, tra cui l’indagine chimica, molto spesso aiuta a far luce sulla tradizione, cioè sul passaggio di generazioni fino a noi di queste “reliquie”. Non è secondario registrare l’amorevole cura con cui i cristiani per secoli, talvolta millenni, hanno custodito e tramandato questi “segni”. Se non ci fosse stata la cura e la custodia di queste reliquie non sarebbe stato possibile che giungesse fino a noi questa “materia”, così carica di significato simbolico per le comunità cristiane, né sarebbe possibile ai vari esperti analizzarla in laboratorio. Da una parte, dunque, il dato storico della tradizione e, dall’altro, il dato scientifico delle analisi.

Ho conseguito presso l’Archivio di Stato di Napoli un diploma in paleografia, diplomatica e archivistica, e per diversi anni ho avuto modo di affondare nella polvere degli archivi e rovinare gli occhi a furia di fare ricerche. Il dato è oggettivo per l’archivista e lo storico, come per lo scienziato, ma comunque van interpretato. E’ necessaria una interdisciplinarità. Un atteggiamento positivo è essenziale per noi ricercatori, per avere un quadro più completo di informazioni che, a seconda, possono coincidere o non coincidere. In questo secondo caso la ricerca si fa ancora più appassionata: non si mettono in dubbio i dati oggettivi di ciascuna disciplina, piuttosto si cerca il nesso con una ermeneutica interpretativa, fondamentale per una più ampia conoscenza che superi il semplice dato.

Seguendo questo criterio interdisciplinare ho collaborato con la SDU in diverse iniziative, come dicevo. Nel 2013 sono stato trasferito a Roma, presso la Basilica dei Santi XII Apostoli, dove si conservano dal VI secolo le reliquie dei corpi di due apostoli, Filippo e Giacomo il minore. Nel 2016 ho richiesto e ottenuto dalla Congregazione per le Cause dei Santi di poter fare la ricognizione canonica dei loro resti. La ricognizione è cominciata in aprile e si è conclusa a dicembre. Le reliquie sono state di nuovo collocate in basilica alla venerazione dei fedeli, ma gli studi continuano tuttora sui campioni prelevati. Il materiale che abbiamo trovato è un paradiso per l’archeometria! Gran parte è polverizzata, ci sono delle ossa e altri oggetti quali legno, stoffe, chiodi. Ma all’interno delle stesse polveri sono state trovate tessere di mosaico, semi, ossa di volatili e di roditori, vetro, ossi lavorati, intonaci dipinti, malta, frammenti di marmo… un mondo! Scherzando, ho detto che questa ricognizione è come vivere una puntata di CSI! Sono infatti tanti i ricercatori coinvolti che ancora studiano i materiali che abbiamo loro consegnato. Anche a Odense c’è un frammento del femore di san Giacomo presso il prof. Rasmussen per alcune indagini.

Immaginate la fatica di dover mettere insieme tutti questi dati – li si pubblicherà tutti insieme, così come i vari ricercatori li presenteranno – ma, soprattutto, sarà necessario interpretarli. I dati scientifici insieme ai dati storici: le reliquie dei due apostoli da Costantinopoli sono state portate a Roma nel VI secolo, custodite in un altare-reliquiario (che stiamo restaurando, è un unicum a Roma) di marmo pavonazzetto proveniente dalla Frigia (Turchia), secondo un cerimoniale codificato che prevedeva l’uso di avvolgere le reliquie in vesti liturgiche (ci sono molte tracce di tessuto rinvenuto tra le reliquie). Su questo altare ci sono state manomissioni, è stato tagliato e riadattato nell’XI secolo; il piano pavimentale della basilica si è innalzato nei secoli e l’altare da un sito posto in alto si è trovato a una quota molto più bassa ed esposta alle frequenti inondazioni del Tevere.
Tutte queste notizie storiche vanno a compendiare le analisi scientifiche i cui risultati, al momento, sono quasi tutti concordi sul confermare che le reliquie conservate a Santi Apostoli sono quelle che sono giunte a Roma da Costantinopoli. Affermare poi che siano attribuibili ai corpi di Filippo e Giacomo è una questione su cui si sta continuando a indagare.

Questioni aperte, dunque, e tanti dati da interpretare… non sappiamo ancora a cosa ci condurrà questa ardua e appassionante ricerca. Tuttavia è un cammino che dobbiamo percorrere insieme, avendo l’uno bisogno dei dati dell’altro.

 

Immagine dal sito lavieestbellebynicoletta.com

 

di Fra Agnello Stoia