LE TENSIONI NELLA MAGGIORANZA E IL RISCHIO DI CRISI

                            Rene Schute, 1969

L’atmosfera di conflittualità che si respira nella maggioranza parlamentare sembrerebbe continuamente preludere ad un imminente big bang, con disgregazione della stessa. Superata l’estate, il dibattito politico sarà dominato dalla manovra di bilancio. Alla flat tax per i redditi medio-bassi, perseguita da Salvini, volta a determinare uno “shock fiscale” in grado di stimolare produttività e consumi, la Lega si propone ora di aggiungere la trasformazione del bonus di 80 euro, introdotto dal governo Renzi, in un taglio dei contributi previdenziali a carico del lavoratore, consentendo a quest’ultimo di percepire, così, un “netto in busta” più elevato. Ma alla “tassa piatta” viene attribuito un costo di 12 miliardi che potrebbe compromettere i vincoli di bilancio. Sul fronte fiscale Di Maio privilegia la riduzione del “cuneo” e l’aumento contestuale della “no tax area”, con graduale riduzione degli scaglioni attualmente previsti per l’imposta sulle persone fisiche e l’applicazione del quoziente familiare. Una posizione, questa, non lontana dalla linea di mediazione perseguita dall’ala, diciamo così, “istituzionale” dell’esecutivo (Conte, Tria), tendente ad una progressiva riduzione delle aliquote e della pressione sul ceto medio, secondo i margini accordati dalle rigidità di bilancio e dai vincoli assunti in sede europea. Per 5 Stelle, inoltre, l’obiettivo prioritario, in questa fase, in termini di politiche dei redditi e di equità redistributiva, è l’introduzione del salario minimo obbligatorio e appaiono alquanto scettici sulla “tassa piatta” fortemente auspicata dall’alleato, interrogandosi rispetto alle coperture. Ma sulle misure economiche e fiscali, come la storia parlamentare ci insegna, si possono trovare complicati aggiustamenti e compromessi, dosando in modo diverso aliquote e soglie e giustificando poi le parziali rinunce con le esigenze di governabilità. Ma le distanze tra le due formazioni di governo sugli altri temi ? Tav e grandi opere, ordine pubblico, immigrazione, giustizia ? E il federalismo auspicato dai governatori leghisti “lombardo veneti” ?
Accenti, polemiche, insofferenze, tutto sembra quotidianamente convergere verso la deflagrazione: ma questa potrebbe rivelarsi meno vicina di quello che sembra. Le alternative all’attuale equilibrio sembrano pressoché inesistenti. Zingaretti, nonostante qualche sparuta sirena nel suo partito, esclude accordi con 5 Stelle nell’attuale legislatura, in cui, peraltro, i gruppi parlamentari sono dominati dalla componente renziana, la più diffidente e avversa nei confronti del movimento fondato da Beppe Grillo (che ricambia cordialmente). Le elezioni anticipate incontrano, in realtà, trasversali resistenze in diverse aree dell’attuale Parlamento. Tanto il Pd e Forza Italia, quanto 5 Stelle, sono certamente preoccupati di possibili risultati deludenti. Le forze di sinistra temono un’ulteriore avanzata di Salvini e dei suoi potenziali alleati di Fratelli d’Italia, sulla scia delle elezioni europee. E lo stesso Salvini, nonostante la voce grossa di questi giorni verso Conte, Tria e alleati, appare riluttante a portare alle estreme conseguenze il diffuso malessere che si avverte nel suo partito nei confronti dei partners pentastellati. Forse confida ancora nella possibilità di ottenere in autunno risultati significativi in termini di riforma fiscale e autonomie, con questo governo, nonostante tutto, forse, nelle elezioni anticipate vede un salto nel buio non rassicurante, nonostante i sondaggi favorevoli. Ma quanto valgono i sondaggi ? Forse è tuttora convinto che, nonostante le crescenti tensioni, quel “contratto” così politicamente innovativo, concluso dopo le elezioni del marzo 2018, sia ancora il migliore equilibrio possibile, preferibile, nell’immaginario collettivo, rispetto ad un ritorno al passato.

di Alessandro Forlani