CONTRATTO ADDIO PER TRE MOTIVI

Opera di Paul Cocksedge, Bourrasque
“Qualcosa si è rotto nel governo” dichiara il Vice-Presidente del Consiglio Matteo Salvini dopo avere riportato una nettissima vittoria parlamentare sul Movimento 5 Stelle che ratifica la possibilità di procedere alla TAV. Sconfitti, umiliati e adesso anche abbandonati da Salvini che ha deciso che “non si può andare avanti”, i pentastellati non sanno come replicare. La loro è oramai da parecchi mesi una crisi di consensi perduti in abbondanza tanto che i sondaggi danno loro meno della metà dei voti che ottennero il 4 marzo 2018. È anche, sempre più visibilmente, una crisi di leadership: a Di Maio manca proprio il “fisico del ruolo”, mentre il fisico di Salvini straborda da tutte le spiagge e da tutte le reti televisive.
Vengono date due spiegazioni della decisione di Salvini di “rompere” il contratto di governo. La prima è che Salvini ha sostanzialmente ceduto alla base e ai suoi collaboratori che ritengono giunto il momento di andare all’incasso dei voti che significherebbe più che raddoppiare i seggi del 2018 e essere in grado di governare indisturbati con la sola aggiunta di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni anche lei in crescita. La seconda è che qualcuno nella Lega ha fatto qualche conto giungendo a conclusioni sconfortanti: i soldi per la flat tax non ci sono (e Tria lo certifica), l’Iva “scatterà”, la Legge di Bilancio non potrà soddisfare i criteri della nuova Commissione Europea, mentre nel frattempo lo spread inizia a salire.
Meglio chiedere il voto agli italiani prima di infliggere loro sacrifici inevitabili e pesanti. A queste due possibili e plausibili spiegazioni ne aggiungerei una terza, meno discussa, ma che sicuramente conta. Si prospettano due guai molto seri per Salvini, Ministro degli Interni e “capitano” della Lega: la mozione di sfiducia (al momento calendarizzata il 12 settembre) per i suoi comportamenti ministeriali e l’inchiesta, che procede, sui rapporti fra la Lega e la Russia di Putin.
Lo scioglimento del Parlamento procrastinerebbe tutto, forse solo per qualche tempo, ma meglio di niente. La crisi è aperta, ma deve essere formalizzata. In assoluto, la procedura più corretta è che il Presidente del Consiglio dichiari in Parlamento le ragioni per le quali la sua (prima) esperienza è giunta a termine. Informare i parlamentari, i media, l’opinione pubblica e i cittadini significa rendere un buon servizio alla democrazia italiana. Tutti i passi successivi sono nelle mani, immagino molto preoccupate, del Presidente della Repubblica. Rinviare Conte al Parlamento per un voto formale. Tentare la costruzione di un Conte-bis ricordando a tutti i protagonisti il costo economico e di credibilità di una crisi adesso. Dare l’incarico a una personalità autorevole con il solo compito di condurre alle urne sovrintendo a elezioni turbolente, ma eque. L’alleanza giallo-verde è stata molto nociva per il paese. Il suo superamento sarà molto aspro e gravoso.
AGL
di Gianfranco Pasquino
GIANFRANCO PASQUINO (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) Minima politica (2020) e Libertà inutile (2021). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. (Utet)

