CONDIVIDERE IDEE, PROPOSITI E RESPONSABILITÀ, QUESTO È SOLIDARIETÀ

Giotto di Bondone, Omaggio dell’Uomo Semplice, Affreschi Assisi

Il percorso interiore che trasforma Francesco di Pietro di Bernardone in frate Francesco è un percorso anche fisico. Lo scanzonato giovane assisano si fa pellegrino romeo, a San Pietro getta tutte le tintinnanti monete che ha in borsa sulla tomba dell’apostolo, attirando l’attenzione dei presenti – che lui giudica tirchi – e scambia i suoi panni con quelli di un mendicante, giusto per una giornata. A sera il mendicante torna, contento di riprendere i suoi stracci: non era scontato! ma lo scambio era lo sfizio strambo di un pellegrino e un’occasione anche per lui, solo per un giorno perché vestito da figurino non si può raccattare chissà cosa.

Di questi scambi d’abito è piena anche la letteratura delle fiabe dove al rischioso gioco segue una maturazione, spesso passando per la tragedia perché non si può sconvolgere impunemente l’ordine delle cose. Ma cosa poteva spingere un giovane tanto delicato a calarsi nel lercio e nei pidocchi di un poveraccio, dovendo difendere anche il posto della mendicità a gomitate… sono eccessi di gioventù avrebbe commentato qualsiasi benpensante di Assisi e Pietro di Bernardone ne avrebbe vissuto tutto l’imbarazzo. Effettivamente la cosa poteva finire lì, ma i biografi raccontano che di stranezze simili d’ora in poi se ne registreranno parecchie, indice del crescente disagio nel giovane Francesco cui cominciavano a stare stretti i propri e ricercati panni. Finché, un bel giorno (per chi?), li restituirà a suo padre, denudandosi pubblicamente davanti al vescovo di Assisi.

Prima di trovare un abito che senta suo ci metterà ancora un po’ di tempo. Questo giovane seguirà un percorso religioso rifiutando però quello che gli prospetta il vescovo che lo prende sotto la sua amichevole tutela. Glielo indicheranno i lebbrosi di Santa Maria Maddalena, nella piana di Assisi, glielo indicherà l’uomo più ricco di tutti denudato, il più potente di tutti fitto in croce, in un incontro – ce n’è uno per ogni amore – nella diruta chiesa di san Damiano. La rivoluzione era già cominciata.

E che di rivoluzione si tratti è “scritto” in un affresco dipinto da Giotto nella basilica superiore di Assisi. E’ quello che apre tutto il ciclo ma l’ultimo ad essere stato dipinto. Non ci si metteva d’accordo tra i frati e il Comune, lo credo bene! Alla fine il risultato è un eloquente manifesto: un “uomo semplice” – traduci “lo scemo del villaggio” – stende il suo mantello ai piedi di Francesco nella riconoscibilissima pubblica piazza. Mentre a destra gli adulti e ricchi benpensanti si turbano a sinistra i giovani, dietro Francesco, ridono e avanzano con lui. E’ il nuovo che si fa strada: sullo sfondo la torre comunale in costruzione accanto al tempio romano della Minerva e in primo piano i personaggi sopra descritti. Lo scemo è quello che vede più lontano di tutti, anche del nostro santo. Scelta ardua ma onesta ammissione per dire che le stranezze di frate Francesco – ne ha fatte fin prima di morire – non erano state capite, né dagli ecclesiastici né dalle Istituzioni civili, anche se Bonaventura da Bagnoregio riportando l’episodio si premura di dire che l’uomo semplice era stato ispirato da Dio a compiere quel gesto profetico.

Qualche giorno fa ho letto un articolo di Massimo Gramellini (https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_agosto_20/why-996a2e0e-c2ad-11e9-97ef-35a2edd578d1.shtml) sulla notizia relativa alla scelta dei capi di duecento multinazionali che si sono impegnati in una dichiarazione sottoscritta a non fare più del profitto degli azionisti l’unico obiettivo. D’ora in poi conteranno anche le ragioni dei lavoratori e dei fornitori, dei clienti e dell’ambiente. Sono d’accordo con Gramellini che questi Amministratori Delegati non sono diventati improvvisamente buoni ma che, piuttosto, hanno capito che un mondo troppo ingiusto non era più un affare neanche per loro.

Insomma essere solidali, se è la capacità e il coraggio di vestire i panni altrui, al di là delle motivazioni che possano spingere chiunque ad esserlo, rimane un principio rivoluzionario che innesca processi e muove la storia. Volenti o nolenti, sistemi in cui dilagano ingiustificate differenze e venga negata ogni opportunità, per le più alte cause o per le più infime ragioni richiamano la simpatia di chi tende una mano, offre un pensiero, un contributo o anche la vita. Oggi ricorre l’anniversario del famoso discorso “I have a dream” del pastore luterano e attivista per i diritti civili Martin Luther King: immaginare un nuovo futuro, non più stretto dalle maglie della crisi economica e dall’obiettivo del successo ad ogni costo, perché tante diseguaglianze sono ancora lì, intatte se non peggiorate. E per uno che cade, altri si alzano in piedi per continuare a marciare.

Pare che la semente gettata negli squarci del secolo breve, dopo un lungo letargo, germogli nella generazione che viene. Se è vero che nei primi vent’anni ogni secolo contiene già in germe il nuovo che apporterà penso che, al di là del male presente che si esprime in forma ripetitiva sempre uguale a se stesso, il bene che è sommamente creativo abbia trovato nella solidarietà la via maestra per costruire il prossimo futuro. Mi auguro di essere ispirato anch’io, come lo scemo del villaggio al tempo di Francesco d’Assisi.

di Fra Agnello Stoia