Parlamento britannico sospeso: verso Brexit senza accordo?

Parlamento britannico sospeso: verso Brexit senza accordo?

Un atto di “indecenza costituzionale”: così lo speaker della Camera dei Comuni, il conservatore John Bercow, ha definito la richiesta del premier Boris Johnson alla regina di sospendere per 5 settimane il parlamento (c.d. “proroguing”) in vista del discorso della regina previsto per il 14 ottobre. L’obiettivo è piuttosto chiaro: ridurre al minimo il numero dei giorni a disposizione di Westminster per far passare norme che forzerebbero la mano al governo di Johnson per evitare una Brexit senza accordo, magari chiedendo una ulteriore deroga all’Ue (sempre che questa sia ancora disposta a concederla).

Si tratta di una mossa senza dubbio spregiudicata da parte di Johnson, ma a ben vedere non incostituzionale. Per capirci di più, bisogna ricordare che la legislatura britannica dura 5 anni (a meno ovviamente di elezioni anticipate) ed è divisa in 5 “sessions”, in genere della durata di un anno ciascuna (da maggio a maggio), anche se quella attuale dura eccezionalmente da oltre due anni. Se una proposta di legge non è stata approvata entro la fine della “session”, questa semplicemente viene cancellata, a meno che non si decida di riportarla alla successiva (“carry-over”). Di solito la sospensione del parlamento dura qualche giorno (durò 4 giorni nel 2016 e 14 nel 2014), ma Johnson si spinge ben oltre: ovvero dal 10 settembre al 14 ottobre quando si terrà il discorso della regina che darà avvio alla prossima “session”.

È prerogativa del primo ministro decidere quando inizia e quanto dura la sospensione, e i parlamentari non hanno al riguardo alcuna voce in capitolo. La mossa di Johnson non è quindi incostituzionale, anche se la tempistica appare davvero fuori misura. I sostenitori di Johnson minimizzano segnalando, a ragione, che in ogni caso Westminster avrebbe sospeso i lavori – per propria decisione – per alcune settimane tra settembre a ottobre (“recess”) perché, come da tradizione, in questo periodo si tengono le conferenze dei partiti (ad esempio i liberali prevedono di tenere la loro conferenza dal 14 settembre, i labouristi dal 21, i conservatori dal 29 e così via fino alla prima settimana di ottobre). Quindi in effetti Johnson sottrae a Westminster soltanto 7-10 giorni alle sedute parlamentari, rispetto alla sospensione già prevista. Ma questi giorni prima della scadenza di Brexit del 31 ottobre potrebbero risultare cruciali per Westminster nel tentativo di scongiurare un’uscita dall’Ue senza accordo. Inoltre, come evidenzia l’Institute for Government di Londra, sarebbe addirittura la prima volta dal 1948 che un governo utilizzi il “proroguing” con l’obiettivo di scavalcare l’opposizione (in quel caso si trattava dell’opposizione dei Lord al “Parliament Bill”).

La questione quindi è prettamente politica e la sospensione rappresenta il tentativo spericolato di un Johnson in difficoltà che sa che la sua irremovibile decisione di uscire dall’Ue entro fine ottobre – con o senza accordo – non trova una maggioranza a Westminster, visto che anche diversi Conservatori sono contrari. Peraltro Johnson non si è nemmeno curato di tirare dentro lo scontro sulla Brexit la stessa regina. In teoria infatti la regina avrebbe potuto non concedere a Johnson la sospensione richiesta. Ma la sovrana ha agito come da tradizione, preferendo non affossare la decisione di un primo ministro in carica. Quindi cosa aspettarsi dopo questa mossa di Johnson? I parlamentari torneranno dalla pausa estiva il 3 settembre e potrebbero decidere di agire nel giro di pochi giorni – o appena dopo la lunga sospensione subita loro malgrado – in due direzioni. La prima è quella di votare una mozione che escluda del tutto l’uscita dall’Ue senza accordo. In questo caso Johnson potrebbe addirittura decidere di non dar seguito alla decisione di Westminster (ad esempio non chiedendo una proroga all’Ue) aprendo così un incredibile contezioso tra le due istituzioni. Oppure potrebbe più strategicamente darvi seguito chiedendo la proroga all’Ue, salvo poi non accettare le probabili condizioni che l’Ue imporrebbe per concederla. La seconda direzione è quella di presentare una mozione di sfiducia. Se questa avesse successo, difficile immaginare che i Conservatori trovino un altro primo ministro tra le proprie fila e si potrebbe quindi andare alle elezioni, da tenere non prima di inizio novembre. Non è escluso che nel frattempo un eventuale “care-taker”, forte di una mozione al riguardo da parte del parlamento, possa chiedere la proroga all’Ue.

In definitiva, la mossa di Johnson, pur se costituzionalmente ineccepibile (anche in un paese in cui una Costituzione vera e propria non esiste), è un azzardo politico senza precedenti di un leader che ha fatto della promessa di traghettare a ogni costo il proprio paese fuori dall’Ue la sua stessa ragion d’essere. Spetta adesso a Westminster, anche con meno giorni a disposizione, dimostrare di saper lottare per impedire una Brexit senza accordo sempre più vicina. Sarebbe l’esito peggiore non solo per la Gran Bretagna ma anche per l’Ue.

dal sito www.ispionline.it